Tivù Tivù se non ci fossi tu

Grillo, Fazio, Chiambretti: raccoglievo casi umani

Niente rimpianti, né nostalgie canaglie; piuttosto una sensazione di prorompente vitalità, come lo storico spot con il bianco cavallo al galoppo. Questa trasmette Bruno Voglino, un ragazzo di 85 anni torinese d’origine che fu dirigente Rai, inventore di programmi e scopritore di talenti. Ricorda tutto e tutti, ride, parla forte, si diverte, progetta. Verdone, Chiambretti, Iacchetti, Albanese, Finocchiaro, Littizzetto, Fazio, Crozza, Aldo Giovanni e Giacomo, Ficarra e Picone, Cecchi Paone, Faletti, Nuti-Cenci-Benvenuti (i Giancattivi), Troisi-Arena-De Caro (La Smorfia), Sabrina e Corrado Guzzanti.

Quanti ne ha scovati? Quanti gli incoraggiati nei primi passi verso la notorietà?

Alt, l’elenco è lunghissimo; finisce sempre che dimentico qualcuno e mi dispiace, soprattutto per l’interessato. Luigi Mastropaolo, un altro giovane talentoso, ha avuto la pazienza di riordinare il risultato di parecchi pomeriggi passati a chiacchierare con me, facendone un piccolo libro interessante, “Complimenti per la televisione”.

Fazio parla di «una grammatica televisiva e del gusto, del linguaggio, oggi totalmente estinta». E’ d’accordo?

Sono d’accordo. Perché la Rai, anche per colpa sua, è stata a lungo l’agnello sacrificato sull’altare del famigerato duopolio Raiset, che ha inquinato per un tempo infinito il panorama televisivo nostrano. Grave è stato che, dagli Anni 90 in avanti, la più grande industria culturale del paese abbia praticamente rinunciato a fare innovazione. Prendiamo il caso mio: non avevo credenziali politiche, ero un cane sciolto, se non era per Guglielmi manco mi avrebbero nominato capostruttura. Ma stavo a Roma, la sera prendevo mia moglie, e andavo in giro per teatrini a cercare personaggi per la tv. E facevamo programmi nuovi, l’azienda cresceva, si aprivano spazi, c’era un fermento che adesso, se passi per i corridoi di viale Mazzini, ti viene il magone. Ora ci passeggiano i venditori di format; i direttori stanno sprangati nella loro stanze a contare i punti di share. Sono troppo severo? Non parlo per me, all’età mia non posso arruolarmi per la guerra; parlo per l’azienda per cui ho lavorato una vita, preoccupato per il suo presente e per il suo avvenire.

Che cosa guarda ora in tv?

Fabio Fazio, solo che ogni tanto mi dimentico. Guardo anche Maurizio Crozza, poi scappo via veloce.

Il catalogo delle sue scoperte è impressionante: prendiamone qualcuno, e vediamo come andò. Maurizio Crozza?

Lui, la Signoris, Dighero, Pirovano, capitanati da Marcello Cesena, formavano il gruppo dei Broncoviz, che si era fatto le ossa al Teatro della Tosse di Genova. Li ingaggiai per Avanzi. Quando cercai per telefono Cesena, credeva che fosse uno scherzo di qualche suo amico.

Carlo Verdone?

A Roma vado all’Alberichino e vedo una bara in scena. Verdone entrava e usciva per rendere omaggio al caro estinto, cambiando ogni volta personaggio, e il povero morto diventava sempre più “fijo de na mignotta”.

Fabio Fazio?

«Lui fa parte di una messe ricchissima nata dai provini che facemmo, Guido Sacerdote e io, nelle sedi Rai d’Italia. L’allora direttore di Raiuno, Emmanuele Milano, mi aveva spedito a cercare volti nuovi per contrastare Berlusconi che portava tutti a Mediaset. A Genova, arrivò Fazio che non aveva ancora 18 anni. Faceva le imitazioni, interpretando mentalità, stile e versante culturale dell’imitato, decrittava il personaggio. Come ora fa Crozza.

Luciana Littizzetto?

Teatro Romano di Aosta, premio di cabaret. Questa ragazza fa un monologo molto divertente sul suo fidanzato grossista di uova, e lei mangia solo uova, s’ingozza di uova. La porto alla “Tv delle ragazze”, ma con Serena Dandini non si trova bene, arriva a ”Cielito lindo” con Minchia Sabri ed esplode.

I Giancattivi?

Ero molto attratto da chi non voleva fare tv. Perché chi vuole andare in tv a tutti i costi, vuol dire che ha la tv come unico riferimento culturale, senza ispirazione. I Giancattivi, invece, Athina Cenci, Nuti e Benvenuti, mi guardavano con sospetto, quando li stanai e proposi “Non stop”: mi ero ispirato all’ ”Orlando furioso” di Ronconi, due anni di ricerca.

Beppe Grillo?

Lui me lo segnalò Pippo Baudo, professionista intelligente, attentissimo, scrupoloso. Prima di lanciarlo con “Fantastico”, voleva vedere come andava: così gli affidai un segmento di “Non stop”, Les Chocolat’s, era straordinario. Io gli chiedo: chi ti aiuta a scrivere ’sti testi? E lui mi parla di un ragazzo di Alassio, che faceva l’insegnante: era Antonio Ricci».

Piero Chiambretti?

È stato il genio più puro, quello che in modo più cristallino ha rappresentato la rivoluzione della Raitre di Guglielmi. Poi il tempo passa per tutti.

Peggiorati?

La tv conosce solo un tempo: il presente. La tv è monotona. La devi reinventare continuamente. Ma quei ragazzi hanno perso lo slancio, son diventati tutti miliardari.

E lei?

«Io no. Io ero solo un racimolatore di casi umani.


[Numero: 77]