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Grande fratello o Report: non c’è tv nobile o ignobile

Daria Bignardi, giornalista, conduttrice, scrittrice, nata a Ferrara, 56 anni, è responsabile di Rai3, una delle poche donne in ruoli dirigenziali nella tv di Stato.

Prima di tutto, come si deve dire? Direttore? Direttrice?

Direttrice forse sarebbe più corretto ma preferisco direttore. Direttrice mi ricorda quella delle elementari, a Ferrara, che era piuttosto arcigna.

E dunque direttore di Rai3: in questo ruolo, è facile o difficile realizzare i programmi in cui si crede?

È difficile e faticoso. E per una serie complessa di motivi, che hanno a che fare con la burocrazia ma anche con il contesto interno ed esterno alla Rai, non è detto che si possa sempre realizzare quel che si vorrebbe come lo si vorrebbe né che si abbia il tempo che servirebbe per rodare un progetto. Per questo motivo, quando ci si riesce, si è doppiamente contenti.

Qual è la sua idea di televisione? Che cosa deve fare la televisione? Informare? Formare? Intrattenere?

La missione di Rai3 è soprattutto quella di raccontare la realtà, con diversi linguaggi. Non ho un’idea astratta di tv: quel che ho cercato di fare è stato innovare e prendermi cura: in qualche caso ci sono riuscita meglio, in altri meno.

E che cosa deve fare una tv di servizio pubblico?

Rai3 ha una programmazione squisitamente da servizio pubblico, in tutti i suoi programmi storici, da Ulisse a Chi l’ha visto? a Fazio a Mi manda Rai3 alle inchieste di Riccardo Iacona e Report ai programmi informativi di Lucia Annunziata e Gerardo Greco. E poi ci sono le tante cose che abbiamo fatto senza pensare agli ascolti, come Fuocoammare di Francesco Rosi in prima serata, costruendogli attorno due giorni di programmi dedicati. Servizio pubblico è anche fare i salti mortali per acquisire velocemente i diritti del film di Gabriele Del Grande. O ricordare Paolo Poli a un anno dalla sua morte. E una serie come quella sui ragazzi malati del Bambin Gesù si poteva fare solo sul servizio pubblico.

Quali sono i programmi di Rai3 che più ama?

I neonati hanno bisogno di maggiori attenzioni. Le corazzate navigano sicure, hanno bisogno solo di fiducia e libertà, come i figli grandi. Ma si vuol bene a tutti allo stesso modo. Le madri non fanno preferenze.

Meglio dirigere una rete, fare un’intervista, o ideare un programma?

Fare un’intervista è più facile, basto io, o quasi. Un programma o una rete li si costruisce in tanti.

Lei ha condotto il Grande Fratello degli esordi, quando il reality era considerato esperimento sociologico più che programma. Era così?

Non sapevamo bene cosa fosse allora, solo che era un genere completamente nuovo, che cambiava il modo di fare tv.

Vedendo i danni che i reality hanno fatto, è pentita? Oppure non è d’accordo sulla domanda, che cioè i reality abbiano fatto danni?

Credo che i danni li facciano solo i programmi brutti, sciatti.

In televisione, come spesso nella vita sociale, sembra di essere in un’eterna «ora del dilettante»: è solo un’impressione?

La risposta è la stessa: non c’è un genere nobile e uno ignobile, ci sono solo programmi curati e programmi meno curati.

Lei è anche una scrittrice di successo, e fin dal suo romanzo d’esordio, Non vi lascerò orfani, si capisce che lei ha il gusto, il piacere personale della scrittura. Quanto conta saper scrivere nel fare tv?

Non so se conta. E quando faccio tv non scrivo: o fai una cosa, o l’altra. Avevo quasi terminato un libro una settimana prima che Campo Dall’Orto mi chiedesse di dirigere Rai3. È rimasto lì e non ho più scritto una riga, anche se mi accorgo che ha lavorato dentro, come un fiume carsico. Sarà interessante capire cosa è successo a quella storia, quando la riprenderó.

Ma alle fine, che cosa pensa della Rai?

È un’azienda complessa, che ne ha viste tante. È un miracolo se con tutti i paletti che ha e i condizionamenti che vive riesce ad avere i buoni risultati che ottiene. Si parla sempre dei suoi problemi e mai del fatto che gli ascolti tengono, la pubblicità pure, i programmi belli e ben fatti ci sono. Se ciò accade, nonostante tutto quel che capita attorno a lei, è perché ci lavora un sacco di gente alla quale sta davvero a cuore ciò che fa.


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