[Sommario - Numero 76]
Indovina Kim
Giacomo Gambineri - Genovese, disegna da sempre. Laureato al Politecnico di Milano, sopravvive grazie a insospettabili testate che continuano, per equivoco, a pagarlo. Trova conturbante parlare di sé in terza persona.
PYONGYANG
Maurizio Cucchi

Massimiliano Panarari
nord corea kim il leader mutante

L’offensiva pop di Seul e il ratto degli artisti ordinato dal Caro Leader

Il Caro Leader Kim Jong-il amava il cinema sopra ogni cosa. E sin da ragazzo sognava di produrre dei film potenti come gli amati ma vituperati kolossal americani, per illustrare al mondo la superiorità dello Stato socialista fondato nella Corea del Nord dal padre Kim Il-sung sul capitalismo imposto ai disgraziati fratelli del Sud. Così nel 1968 papà decide di affidargli gli studios del regime. Per un decennio il produttore-producer Kim Jong-il realizza quelli che la critica nordcoreana, ispirata dal teorico Kim Jong-il (imprescindibile a Pyongyang il suo saggio Sull’Arte del Cinema), definisce “I Classici Immortali”. Tra tutti, spicca La Fioraia (1972), storia di una bambina bersagliata dai perfidi giapponesi durante l’occupazione e salvata dall’esercito di liberazione guidato da Kim Il-sung. La Fioraia riesce perfino a varcare le frontiere: commuove gli spettatori cinesi, e al Festival di Karlovy (Cecoslovacchia) conquista il primo premio all’estero della storia del cinema nordcoreano. Ma è un exploit solitario. Alla fine degli Anni 70 è chiaro che l’obiettivo è fallito. A casa i classici immortali spopolano, ma fuori sono oggetto di scherno. Peggio: sfigurano nei confronti del cinema sudcoreano, che grazie al multiforme genio del regista-produttore Shing Sang-ok e alla diva Choi Eun-hee già dall’inizio degli Anni 60 conquista il pubblico straniero.

In cerca di una scorciatoia per battere il nemico, Kim nel 1978 fa rapire la coppia d’oro del cinema sudcoreano, e dopo averla ammorbidita con qualche anno di prigione la mette al lavoro. Il salto di qualità è evidente e Kim, orgoglioso, manda i suoi artisti in giro per il mondo come ambasciatori della nouvelle vague nordcoreana. Nel 1986, però, durante un viaggio a Vienna, Shing e Choi si rifugiano nell’ambasciata degli Stati Uniti. Lasciano alla cinematografia nordcoreana almeno una pellicola di culto, Pulsagari (1985), una sorta di Godzilla comunista, e il primo bacio sullo schermo. Con loro s’involano anche i sogni di Kim. Ormai la competizione con Seul volge al peggio. Non solo al cinema. All’inizio degli Anni 60, quando Shing Sang-ok vinse il suo primo premio all’estero, la Corea del Sud era ancora un Paese del Terzo mondo tenuto in piedi dagli aiuti americani. Il suo Pil pro capite era la metà di quello nordcoreano. Alla vigilia del crollo del socialismo reale, il rapporto si è rovesciato. E dopo l’implosione dello sponsor sovietico, l’economia nordcoreana entra in coma. Il Paese guidato dal 1994 dal Caro Leader Kim Jong-il va incontro a devastanti carestie. E la sua immagine si fa sempre più cupa. La Corea del Sud invece, superati gli anni più duri della dittatura e la crisi asiatica del 1997, punta a diventare una superpotenza culturale. E ci riesce. Investendo nel pop.

Lo straordinario successo del tormentone Gangnam Style nel 2012, il video più visualizzato della storia su Youtube, non è un fenomeno solitario. Dietro all’irregolare rapper PSY, l’industria del K-pop è trainata da band addestrate rigidamente, come “Girls Generation”. E con la musica e il cinema (Park Chan-wook e Kim Ki-duk in testa), nei mercati asiatici e oltre dilagano videogiochi e serie tv sudcoreane come Gyeo-ul yeon-ga (Sonata d’inverno) esportate anche grazie ai doppiaggi finanziati dal governo. La ricetta vincente è la sinergia pubblico-privato che sta dietro al successo di Samsung o Hyundai. L’Onda Coreana o “Hallyu” ha innanzitutto scopi commerciali. Il motore dell’espansione, però, è alimentato da un sentimento complesso (han), che è parte dell’identità nazionale, spiega Euny Hong nel saggio The Birth of Korean Cool (2014). Lo han è un misto di rivalsa e paura nei confronti dei vicini che in passato hanno oppresso il Paese (Giappone in primis), e che oggi possono cancellarlo dalla mappa del mondo, come la Corea del Nord.

Così a inizio gennaio 2016, dopo il quarto test nucleare nordcoreano, Seul decide di usare il K-pop come arma impropria, scaricando a tutto volume pezzi come Let us just love della girl band A Pink, o Bang Bang Bang della boy band Big Bang oltre il 38esimo parallelo che divide la penisola coreana. Pyongyang non sottovaluta l’offensiva pop e prova a rispondere. Questa volta senza rubare nulla al nemico. Poco dopo il suo insediamento, Kim Jong-un ha scelto una per una con la moglie Ri Sol-ju le ragazze per la prima girl band nordcoreana. Le Moranbong sono tecnicamente impeccabili, ballano bene e portano benissimo i vestitini di foggia militaresca. I ragazzi di Pyongyang sono pazzi di loro. Ma competere con il soft power di Seul è dura. Perché titoli come Obbedisci al Partito o Sosteniamo con le armi il Comandante Supremo faticano a conquistare i cuori oltre frontiera.


[Numero: 76]