[Sommario - Numero 76]
Indovina Kim
Giacomo Gambineri - Genovese, disegna da sempre. Laureato al Politecnico di Milano, sopravvive grazie a insospettabili testate che continuano, per equivoco, a pagarlo. Trova conturbante parlare di sé in terza persona.
PYONGYANG
Maurizio Cucchi

Massimiliano Panarari
nord corea kim il leader mutante

Intanto cresce una proto-borghesia e tra i dubbi avanza il modello cinese

Non si può non cogliere una certa macabra ironia osservando l’inversione dei ruoli tra Corea del Nord e Stati Uniti. Abituata per decenni a far leva sulla propria fama di attore irrazionale per estrarre attenzione e concessioni sul piano internazionale, Pyongyang si trova ora nella parte di chi subisce una situazione di grave incertezza, determinata dal nuovo corso dell’amministrazione Trump. Avendo archiviato la “pazienza strategica” di obamiana memoria, il nuovo inquilino della Casa Bianca attinge chiaramente a un ventaglio di opzioni assai più ampio rispetto all’armamentario diplomatico impiegato dal predecessore nel gestire la questione coreana, lasciando trasparire la possibilità di un utilizzo più o meno invasivo dello strumento militare.

Per Kim Jong-un, che aveva celebrato nel 2016 il quinto test nucleare e il lancio del primo missile balistico da sottomarino, si tratta di una situazione inedita ed eccezionalmente delicata. In primo luogo perchè non è ad oggi possibile fare pieno affidamento sui meccanismi di mitigazione del decisionismo presidenziale normalmente garantiti dal Dipartimento di Stato Usa: il Presidente ha definito solo poche decine tra le oltre 500 nomine di prima fascia che richiedono l’approvazione del Senato e si nota l’assenza di esperti di Asia e Corea nelle posizioni apicali dell’amministrazione federale. Il dato è preoccupante soprattutto perché le due parti, quand’anche dovessero imbastire una qualche auspicabile attività negoziale, si troverebbero su posizioni inconciliabili: la dirigenza nordcoreana non è disponibile a discutere di de-nuclearizzazione della penisola, mentre Washington non può accettare che la Corea del Nord divenga – potenzialmente nel giro di pochi anni – il terzo paese dopo Russia e Cina capace di colpire il territorio metropolitano statunitense con ordigni nucleari.

Kim, così come l’aristocrazia iper-nazionalista che occupa i vertici della Corea del Nord, conosce bene la sorte dei regimi che, non disponendo di un credibile deterrente nucleare, si sono ritrovati esposti alle “rivoluzioni colorate” ispirate dall’Occidente. Per questo Pyongyang potrebbe accettare, se mai, di intavolare discussioni sulla non-proliferazione nucleare, sul controllo degli armamenti o persino sul congelamento del programma nucleare, ma verosimilmente soltanto dopo aver sviluppato una forza nucleare capace di reagire a un eventuale primo strike statunitense.

Dinnanzi alla logica ferrea della sopravvivenza politica – e fisica – dei leader nordcoreani è improbabile che possano avere presa sanzioni internazionali o incentivi economici. Certo potrebbe intervenire Pechino, e con notevoli argomenti: il 90% del commercio nordcoreano passa per la Cina ed è noto che il Partito Comunista Cinese mantiene rapporti stretti con Pyongyang. D’altro canto, però, azioni troppo forti da parte cinese potrebbero essere destabilizzanti e l’unico scenario che Pechino trova meno desiderabile della tensione odierna è quello di una crisi umanitaria in Corea, con conseguenti esodi di massa della popolazione, frantumazione della catena di comando che controlla gli assetti militari del vicino e una possibile riunificazione disordinata con la Corea del Sud alleata degli Stati Uniti. Né pare siano rimasti grandi margini per la moral suasion: le due figure nordcoreane ritenute più vicine alla Cina – lo zio e il fratello maggiore di Kim, Jang Song-taek e Kim Jong-nam – sono state eliminate, mentre un nuovo ponte sul fiume Yalu, al confine tra i due Paesi, non è stato completato sul versante nordcoreano a causa di dubbi sulle reali intenzioni cinesi.

La situazione ha del paradossale, considerato che la percepibile crescita economica registrata in Corea del Nord in questi anni è il frutto di un processo di prudente apertura sul modello dello sviluppismo autoritario perfezionato proprio dalla Cina. Ma non è l’unico paradosso: l’irrigidimento della posizione statunitense verso la Corea del Nord reca beneficio anzitutto a Kim, consolidando la sua popolarità mentre si colgono nel paese i primi segni di una “proto-borghesia” tollerata dalle autorità. Il pericolo per il regime nordcoreano non viene dalla chiusura del mondo nei confronti di Pyongyang, bensì dal suo opposto: una nuova sunshine policy, sorta di ostpolitik coreana, capace di stimolare settori sempre più vasti della società nordcoreana a interrogarsi su quale futuro il Paese meriti.


[Numero: 76]