[Sommario - Numero 76]
Indovina Kim
Giacomo Gambineri - Genovese, disegna da sempre. Laureato al Politecnico di Milano, sopravvive grazie a insospettabili testate che continuano, per equivoco, a pagarlo. Trova conturbante parlare di sé in terza persona.
PYONGYANG
Maurizio Cucchi

Massimiliano Panarari
nord corea kim il leader mutante

Ho corso la maratona con loro Qualcosa si muove a Pyongyang

Il primo rifornimento di gara – giusto un po’ d’acqua – è arrivato al chilometro numero 5 di corsa (in una maratona in totale ce ne sono 42). Dopo aver bevuto il mio bicchiere e aver ringraziato in coreano le addette ai tavoli del rifornimento (Kam-sa-ham-ni-da!), una miriade di piccoli corridori vestiti di rosso e blu ha iniziato a superarmi a grande velocità da ogni direzione. Tutti giovani atleti coreani sui vent’anni, partiti nelle batterie successive per correre la 10 chilometri e la mezza maratona, e già sfreccianti con il loro passo migliore. Nell’ondata di colori, un’immagine mi ha colpito più delle altre: uno di loro correva senza la scarpa destra. Indossava un calzino a strisce blu e rosse, ma non calzava la scarpa. Che l’avesse persa nelle fasi concitate della partenza? Oppure in discesa nei primi chilometri? Pochi secondi ed era già lontano.

Al chilometro numero 10, i piccoli corridori vestiti di rosso e blu hanno fatto dietrofront e iniziato a dirigersi alla stessa velocità folle verso il traguardo, mentre io – a quel punto – non mi trovavo nemmeno a metà della mia fatica. E “causa” l’allenamento invernale nelle miserabili condizioni che soltanto Londra può regalarti a gennaio e febbraio (pioggia e fango), anche i più timidi raggi di sole della primavera coreana sono bastati per farmi sciogliere e farmi sbattere contro “il muro” – ovvero quella fase della maratona dove tutto inizia a farsi dannatamente doloroso. Ero soltanto al chilometro numero 17, davvero troppo presto.

In quel momento, però, una piccola voce dal pubblico mi ha risvegliato dal dolore. “Pali! Pali! Pali!”. In coreano significa “più veloce!”. Non che potessi aumentare il passo, ma quel mantra mi ha aiutato a riprendere coscienza. In quell’istante mi sono reso conto per davvero che stavo correndo la maratona di Pyongyang, in Corea del Nord, uno dei paesi più misteriosi e meno conosciuti al mondo. Ho guardato sul lato destro della strada, da dover era arrivato l’incitamento. Ho scorto una donna anziana, dai capelli bianchi e dai vestiti scuri. Una piccola figura magra, il viso scavato da profonde rughe, ma dalla grande energia e dal sorriso coinvolgente. Anche se stavo correndo a centro strada, ho deviato nella sua direzione per darle “il cinque”. Non appena le nostre mani si sono colpite, almeno altre dieci persone hanno iniziato ad incoraggiarmi e un gruppo di bambini si è lanciato nella mia direzione sporgendomi il palmo della mano.

L’altrimenti silenziosa maratona di Pyongyang (quest’anno i partecipanti non coreani erano in totale 1000), si è accesa per un attimo. I curiosi ma riservati passanti che ci guardavano in silenzio, in quell’istante si sono aperti e illuminati. E tutto è nato da un “anello debole”, un punto di energia in contrasto con il resto della folla muta.

Anche durante il resto della corsa – e nonostante la sofferenza in continuo aumento – sono riuscito a scorgere il cambiamento di una città in evoluzione. I telefoni cellulari e gli smartphone sempre più diffusi (anche se Internet è riservato a pochissimi), piccoli negozi ed edicole comparse agli angoli delle strade, centri commerciali frequentati dalla classe media in crescita e traffico in aumento.

Pyongyang rimane lo scrigno luccicante del regime, in profonda opposizione con la campagna povera che si apre alle sue porte. E la popolazione, anche se maggiormente abituata ai turisti occidentali, rimane ancora diffidente e riservata. Non appena ho varcato la porta d’ingresso dello stadio Kim Il-sung (dove si è conclusa la maratona e dove più di 50 mila coreani aspettavano composti l’arrivo dei corridori), ancora una volta, il silenzio surreale era l’attore principale in scena. Soltanto dopo un mio cenno di applauso alcuni settori dello stadio hanno iniziato ad applaudire a loro volta, e soltanto dopo un mio cenno di saluto anche lo stadio ha sussultato per un attimo.

È questa, forse, una delle immagini che meglio cattura il senso di questo paese misterioso: un paese che potrebbe e vorrebbe risvegliarsi dal torpore, ma che necessita di un aiuto esterno - Dong-hyuk - per poterlo fare.


[Numero: 76]