[Sommario - Numero 75]
Cowo come?
Lorenza Natarella - Nata a Lanciano nel 1988, vive e lavora a Milano. Ha co-fondato Studio Armad’illo, che è anche uno spazio di co-working. Il suo primo libro è La Citila, della collana “Gli anni in tasca graphic” (Topipittori, 2013)
Una Gabbia di matti
Maurizio Cucchi
Carlo Ratti con Matthew Claudel

L’ufficio domani: forza lavoro in spazi flessibili

«La distanza sparirà», o almeno così aveva previsto a seguito della diffusione di internet negli Anni 90 l’economista britannico Frances Cairncross, insieme ad altri teorici sociali e dei media. Quando ogni luogo sarà connesso istantaneamente a ogni altro luogo del pianeta, sostenevano, lo spazio diverrà irrilevante. A quel punto, non avremo più bisogno di uffici: perché andare a lavoro quando il lavoro può venire da te?

Allo stesso modo, la ben nota profezia del professore statunitense Melvin Webber sembrava imminente: «Per la prima volta nella Storia, potrebbe essere possibile stabilirsi sul cocuzzolo della montagna e mantenere un contatto stretto, immediato e reale con colleghi di lavoro e non solo» (Webber M.M., 1973). La comunicazione istantanea con tutti gli altri sul resto del pianeta – perfino dalla cima del monte Everest – avrebbe presto reso gli uffici obsoleti.

La Storia ha tracciato un percorso piuttosto differente. È vero che la tecnologia oggi permette una comunicazione istantanea e globale, ma la maggior parte di noi si reca ancora ogni giorno in ufficio per lavorare. Il telelavoro da casa (senza contare dal Monte Everest) non ha preso piede come previsto. Nel frattempo, molte aziende stanno investendo in uffici nuovi o ristrutturati nel cuore delle aree urbane.

Quello che è sfuggito ai commentatori digitali è che anche se oggi siamo in condizione di lavorare da casa, non vuol dire che sia quello che desideriamo. Abbiamo un bisogno ardente di posti che ci permettano di condividere conoscenza, generare idee, e scoprire talenti e prospettive. L’aggregazione umana, le frizioni, e l’interazione delle nostre menti sono aspetti vitali del lavoro, specie nelle industrie creative. Ed è per questo che la qualità fisica dell’ambiente di lavoro sta diventando più importante che mai – portando con sé cambiamenti epocali.

Abbiamo già assistito alla transizione dal labirinto di cubicoli di metà secolo scorso, ridicolizzati dal regista Jacques Tati in Playtime, a spazi più favorevoli alla socializzazione, dinamici, aperti e flessibili. Più di recente, il coworking ha accresciuto la sua attrattività, dimostrando il valore di condividere uno spazio con una comunità di persone dalla mentalità affine. Come i salotti delle università tradizionali tipo Cambridge o Oxford, spesso considerati luoghi forieri di scoperte rivoluzionarie, questi spazi sono aperti a differenti discipline e promuovono un’interazione e un’ideazione vibranti.

Compagnie innovative come WeWork offrono uffici “dove e quando ne abbiamo bisogno”, fornendo ai professionisti l’opportunità di essere parte di un network selezionato e di condividere strumenti fisici e intellettuali. Portano anche sul piatto un solido argomento finanziario (messo in risalto dalla quotazione miliardaria in borsa di WeWork), perché permettono di massimizzare il profitto scambiando un unico grande affittuario per tanti più piccoli: in questo modo ottengono ottimi incassi da affitti su breve periodo.

Mentre cercano di sviluppare una sorta di ingegneria della creatività, i fornitori di spazi di coworking stanno anche sperimentando la quantificazione delle interazioni umane. Ed è qui che potrebbero avere l’influenza maggiore su come gli uffici sono immaginati e disegnati. Comprendere come la forza lavoro interagisce all’interno di uno spazio di lavoro flessibile sarà fondamentale per disegnare e realizzare gli uffici di domani.

Storicamente, gli edifici sono sempre stati rigidi e poco inclini ai compromessi, più simili a un bustino che non a una T-shirt. Con informazioni migliori sulle esigenze dei lavoratori, potremmo immaginare un ambiente costruito per adattarsi agli esseri umani e non viceversa. Immaginate stanze che vanno automaticamente in stand-by e risparmio energetico quando sono vuote (quello su cui stiamo lavorando nelle nostre ricerche al MIT). Più in generale, gli edifici potranno operare come sistemi dinamici che lavorano e vivono in armonia con gli umani.

La trasformazione dei nostri ambienti di lavoro è appena cominciata, ma potrebbe avere un impatto fondamentale su architetti, sviluppatori, aziende e la società in senso ampio nei prossimi anni. Lungi dal rendere gli uffici obsoleti, come i pionieri del digitale degli Anni 90 avevano predetto con certezza, la tecnologia potrebbe rivitalizzare e trasformare gli spazi di lavoro. Potremmo presto lavorare in una maniera più sociale e produttiva, e non dal cocuzzolo della montagna. L’infausta “morte della distanza” potrebbe capovolgersi nella “nascita di una nuova vicinanza”.

(articolo apparso sulla Harvard Business Review; traduzione dall’inglese Laura Aguzzi)


[Numero: 75]