[Sommario - Numero 75]
Cowo come?
Lorenza Natarella - Nata a Lanciano nel 1988, vive e lavora a Milano. Ha co-fondato Studio Armad’illo, che è anche uno spazio di co-working. Il suo primo libro è La Citila, della collana “Gli anni in tasca graphic” (Topipittori, 2013)
Una Gabbia di matti
Maurizio Cucchi
coworking lavorare non stanca

L’importante è conoscersi di persona anche soltanto per prendere un caffè

L a slide che Nora Erdbeer ha appena proiettato su una parete farebbe invidia a molte aziende affermate. «Abbiamo in media un tasso di crescita mensile del 27%», spiega la responsabile marketing di CleverShuttle, una startup berlinese specializzata nella condivisione di passaggi in auto. Una sorta di Uber tedesco in versione elettrica, con una differenza: «siamo l’unica compagnia con una licenza per il ride sharing in Germania», precisa Nora, mentre, davanti a lei, una quarantina di ragazzi e ragazze spalmano marmellata su fette di pane o sorseggiano un caffè. Sono programmatori, web designer, sviluppatori di siti, fotografi, arrivano da Australia, Irlanda, Slovenia o Germania.

Benvenuti al betabreakfast, un’istituzione nel panorama del coworking a Berlino: ogni giovedì mattina alla betahaus, uno dei più famosi spazi di coworking della capitale tedesca, startupper e creativi si incontrano a colazione per conoscersi e presentare nuove idee. «Come fate a ricaricare le vostre auto elettriche? So che non potete utilizzare le colonnine pubbliche», chiede un giovane dal pubblico. «Dobbiamo ogni volta tornare nella sede centrale per ricaricarle, è un problema», riconosce Nora. «Potremmo avere una soluzione per voi», ribatte il ragazzo, che si chiama Philipp Anders, ha 26 anni, arriva da Amburgo ed è uno dei quindici esperti che, per conto di Audi, hanno affittato uno spazio alla betahaus per individuare soluzioni per la mobilità del futuro. «Abbiamo scelto questo posto per essere vicini alle startup», racconta Philipp. Il suo scambio di battute con Nora – tutto rigorosamente in inglese - riassume lo spirito del coworking tra queste stanze: «l’aspetto fondamentale qui è la community», spiega Kostas Drakonakis, che rappresenta il primo punto di riferimento per chi arriva alla betahaus: è al desk, aiuta a tenere in piedi la community, prova a ricordare il nome di tutti quelli che passano anche solo per un giorno. «Potresti mettermi in contatto con un programmatore?», gli chiede Stefan Raich, che è alla fine del suo giorno di prova qui e sta cercando qualcuno che possa aggiornare un database per la sua società, che offre consulenza sui temi della sostenibilità. «Potrei cercare un programmatore anche online e ricevere 100 offerte in poco tempo – afferma Stefan - ma qui è più pratico: l’importante è conoscersi di persona, questo posto mi offre la possibilità di connettermi con gli altri».

La community, appunto: non si tratta semplicemente di lavorare uno accanto all’altro, il vero punto di forza è la rete. E la rete creata dalla betahaus dal 2009, anno della sua nascita (è stato uno dei primi coworking a Berlino), è capillare: 500 freelancers, la maggior parte tra 25 e 34 anni, distribuiti su cinque piani – un tempio del lavoro condiviso e della bohème digitale, dove ogni anno vengono organizzati oltre 1.000 tra eventi e meetup. Al pianterreno un bar accessibile gratuitamente, ai piani superiori desk affittabili su base giornaliera o mensile, uffici in cui risiedono intere startup, aree per organizzare incontri, workshop o hackathon. «Le persone vengono qui perché è un posto dove ricevere ispirazione, condividere, conoscere gente, fare networking», spiega Valerio Taiocchi, 31enne bergamasco con un passato a Londra, che lavora come event manager per betahaus. Le startup che lo desiderano, spiega, possono chiedere di essere seguite da uno speciale team di consulenti interni di betahaus che forniscono loro consigli su strategie e metodi. Qui, riassume l’altoatesino Lenny Leiter, regista e co-responsabile di una piattaforma per creare moodboard digitali che lavora qui da un anno e mezzo, «c’è gente che vuole creare qualcosa, che è ambiziosa, ma al tempo stesso positiva: si respira un clima produttivo».

Se Berlino oggi è ancora sexy, ma un un po’ meno povera - l’anno scorso il Pil della capitale è cresciuto del 2,7%, l’incremento più alto tra i Länder tedeschi accanto alla Sassonia - lo deve anche a posti come betahaus o Sankt Oberholz, il coworking in cui Soundcloud è diventato quello che è oggi: una delle più importanti piattaforme per musicisti. Negli ultimi anni a Berlino sono sorti oltre 100 spazi per il coworking. Talmente tanti che il ministero regionale dell’Economia ha diffuso una speciale mappa che mostra la loro location lungo le linee dei mezzi pubblici, così da semplificare la ricerca. Non importa dove ci si trovi: un coworking è sempre dietro l’angolo. Lena Daryani non ha avuto bisogno della mappa. 30 anni, programmatrice e “nomade digitale”, come si definisce lei stessa, era arrivata a Berlino da 2-3 giorni quando ha partecipato alla sua prima betabreakfast e ha deciso di affittare un desk per la startup di marketing digitale che ha creato con suo marito Pravin, originario dell’India. «Il vantaggio è che trovi persone che la pensano come te, con cui puoi fare brainstorming, scambiare punti di vista o prendere anche solo un caffè. E poi la connessione è stabile», racconta. È arrivata a Berlino con suo marito tre mesi fa dalla Nuova Zelanda, dopo maggio si sposteranno altrove, forse in Germania, forse in Italia. «Che dici – chiede – meglio andare a Roma o Milano?».


[Numero: 75]