[Sommario - Numero 75]
Cowo come?
Lorenza Natarella - Nata a Lanciano nel 1988, vive e lavora a Milano. Ha co-fondato Studio Armad’illo, che è anche uno spazio di co-working. Il suo primo libro è La Citila, della collana “Gli anni in tasca graphic” (Topipittori, 2013)
Una Gabbia di matti
Maurizio Cucchi
coworking lavorare non stanca

“La nostra società frammentata ha bisogno di spazi per ricomporsi”

Il principio resta quello introdotto nel 2005 da Brad Neuberg, che in un loft di San Francisco aprì “The Spiritual Muse”, in assoluto il primo spazio di coworking al mondo. Da allora ovunque sono nate community e catene di franchising e oggi gli spazi di questo tipo sono circa 14mila, e almeno 400 in Italia, dove lavorano - o forse sarebbe meglio dire, transitano - circa 1 milione e 200 mila persone. Si tratta di una nuova categoria di lavoratori che potremmo definire “interdipendenti”, che fanno della contaminazione e della condivisione (di idee e di progetti) il loro punto di forza (o la loro ancora di salvezza). «Gli spazi di coworking sono ambienti di lavoro dove una persona può affittare una scrivania per qualche ora, qualche giorno o qualche mese, quindi su base assolutamente temporanea», spiega Ivana Pais, professore associato di Sociologia politica alla Cattolica di Milano che da tempo studia questo fenomeno. «C’è chi fa una selezione all’ingresso e chi no – aggiunge -. Alcuni spazi possono essere generalisti, altri ancora sono limitati a precise figure professionali, oppure vengono strutturati in maniera verticale su un ambito specifico di attività (grafica, design, new economy). Altri ancora sono riservati a persone con alcune caratteristiche. Ad esempio “Piano C”, che è uno degli spazi che fa più attenzione alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, accoglie solo genitori, tutte donne oppure papà, ma solo se hanno bimbi piccoli.

Oltre ai servizi di base tipici di un ufficio come scrivanie, sale riunioni, pc, stampanti, wifi, che altro viene offerto?

«I servizi fondamentali possono venire integrati da tante funzioni: ad esempio “Piano C” ha anche l’asilo nido. Poi, tra le varie e le eventuali, possono esserci tutti i servizi che interessano al professionista, dalla cucina comune alla lavanderia, dalla massaggiatrice al maestro di yoga che arriva in ufficio, sino a servizi di supporto al percorso di carriera come corsi di formazione e di mentoring».

Presentato così sembra però che il coworking sia solo un affare per liberi professionisti alle prime armi o giovani alle prese con una start up. E’ così?

«Il coworking è nato prevalentemente così. Adesso però le formule più recenti, come ad esempio lo “Spazio Copernico”, che è un franchising di spazi, sono più che altro centri orientati all’innovazione dove sono presenti anche aziende tradizionali e società di consulenza che usano questo tipo di strutture per fare ricerca e sviluppo. È una formula che si sta diffondendo molto e che vede la presenza anche di lavoratori dipendenti che poi, a contatto con freelance e start up, danno vita a contaminazioni molto interessanti».

Altre esperienze significative?

«A Matera c’è “Casa Netural” che, in un’area marginale come quella del Mezzogiorno, oltre a fare innovazione rappresenta anche un canale per evitare lo spopolamento e la fuga dei giovani. Addirittura oltre al coworking fa anche cohousing allo scopo di attirare professionisti da altri paesi. Un’altra esperienza importante è la rete di “Talent Garden”, nata a Brescia, specializzata nel digitale e quindi luogo di innovazione: questa è l’unica realtà italiana che si sta espandendo all’estero. Poi c’è la rete “Cowo” che opera sotto forma di franchising e si rivolge essenzialmente a chi ha già un’azienda e per i motivi più vari, non ultima la crisi che ha ridotto il personale, ha spazi che si liberano e che in questo modo possono essere messi a reddito».

Possiamo dire che diventare coworkers è utile a combattere l’isolamento, che in certi casi per il singolo può anche diventare un problema serio?

«Certo, il coworking aiuta a combattere l’isolamento, che sul lungo periodo può diventare un problema. Ma per tante attività non essere soli ed essere inseriti in un contesto da cui passano informazioni, conoscenze e opportunità professionali fa soprattutto parte di una vera e propria strategia attiva di inserimento in network professionali che consentono poi a coworkers di stare sul mercato».

C’è qualcosa che non funziona?

«Ora che il coworking è più diffuso credo sia arrivato il momento di fare un poco di pulizia tra la dimensione retorica che accompagna il racconto di questo fenomeno e l’efficacia di questi spazi. Come mi confermano i tanti studenti che mando in giro per l’Italia a fare ricerca non è vero che questi centri sono tutti predisposti al networking e alla collaborazione. Il più delle volte, infatti, ci si imbatte in gente che sta per ore a testa bassa a lavorare e a mala pena parla con chi conosce già. Generalmente la collaborazione quando c’è il più delle volte è facilitata. E in questo senso sono fondamentali figure come i community manager che gestiscono gli spazi. Non basta mettere delle persone nello stesso spazio perché poi si creino delle opportunità professionali, altrimenti i centri pubblici, i più carenti sotto il profilo delle strategie di attivazione di questi spazi, sarebbero all’avanguardia. Come per tutte le piattaforme digitali non basta averle a disposizione, bisogna lavorarci perché le cose succedano».

Non c’è il rischio che dietro l’apertura di tanti centri ci sia solo il tentativo di rivitalizzare il mercato degli affitti nelle città?

«C’è certamente una convergenza di interessi. Però escludo che ci sia una bolla, nel senso che sempre più il lavoro è frammentato e mobile e sempre più c’è bisogno di spazi di riaggregazione. Se ragioniamo in prospettiva, guardando anche alle tendenze internazionali, l’esigenza di luoghi di questo tipo e di luoghi di appoggio o di passaggio dove potersi fermare per un poco a lavorare continuerà a crescere. Noi in Italia potremmo dare la colpa ad un caffè che si beve più velocemente di quello americano e quindi all’assenza di grandi bar attrezzati dove sostare, però la carenza di spazi del genere è evidente. E i centri di coworking vanno proprio a supplire a questo vuoto creando nuove comunità di riferimento di cui c’è un gran bisogno, perché più ci si frammenta e più c’è bisogno di ricomporre».


[Numero: 75]