[Sommario - Numero 75]
Cowo come?
Lorenza Natarella - Nata a Lanciano nel 1988, vive e lavora a Milano. Ha co-fondato Studio Armad’illo, che è anche uno spazio di co-working. Il suo primo libro è La Citila, della collana “Gli anni in tasca graphic” (Topipittori, 2013)
Una Gabbia di matti
Maurizio Cucchi
coworking lavorare non stanca

È come suonare un pezzo jazz. Ognuno ci mette del suo

Oltre i vetri dello studio di registrazione di Indiehub, il chitarrista Bebo Ferra a lavoro

Il pianoforte a coda è il re della sala di registrazione: uno Steinway D274, collezioni Fabbrini, fabbricato ad Amburgo. Il modello preferito da Maurizio Pollini o Keith Jarrett. Prezzo: più o meno come un appartamento. Il suo valore lo conoscono bene gli avventori di IndieHub, primo co-working in Italia e forse in Europa dedicato esclusivamente alla musica. Per raggiungerlo attraversano le case basse della China Town milanese, superano le vetrine tutte uguali di via Paolo Sarpi, i binari del tram e un cancello in ferro di un vecchio palazzo di ringhiera in via Bramante. Si ritrovano così in un piccolo cortile interno: qui, c’è un’oasi di pace in mezzo al trambusto cittadino.

Al piano terra, in un angolo a destra, ecco Indiehub. «Lo abbiamo voluto proprio qui per una questione logistica - racconta il fondatore Andrea Dolcino, una vita passata come tecnico audio, a occuparsi dei contenuti audiovisivi nella telefonia, prima di realizzare il suo sogno - Questa è una zona strategica della città, vicina alle stazioni, a Torino, alla Brianza. La maggior parte delle realtà dedicate alla musica a Milano sono nella parte sud della città, zona Navigli. Da tre anni abbiamo fatto una scommessa diversa».

Varcata la soglia del portone nascosto dall’edera, si apre un grande ufficio open space: non fosse per le vecchie tastiere sparse qua, le riviste di settore come Blow Up o Jazz it, un paio di eccentriche parrucche (una dai ricci soffici e bianchi, l’altra un caschetto rosso), gli amplificatori Orange che spiccano nel bianco degli arredi, sembrerebbe uno studio d’architetti. Tanti computer Mac, tanto ordine, tanto silenzio. Ma dov’è la musica? Nelle altre due sale, da cui a tratti arriva l’eco del pianoforte a coda, che due giovani jazzisti di Bergamo sono venuti a provare. Da questo lato c’è il business, dall’altro la creatività.

Lo studio di prova e registrazione sono l’altra metà dell’anima di Indiehub: qui ci sono spazi fatti per poter essere divisi e isolati e dare il massimo confort a ogni musicista. Splendide chitarre, come una fiammante Gibson 335 nera, batterie. E poi c’è lo studio di missaggio. Quando ne varchiamo la porta troviamo Emiliano Vernizzzi, sassofonista jazz che insegna al conservatorio di Parma. In ambito pop si esibisce in tournée con Ligabue ma ora sta lavorando a un album sperimentale in trio con Alessandro Sgobbio al piano e Nick Wight alla batteria. Ci fa ascoltare una traccia: le linee colorate che scorrono sullo schermo rappresentano i vari elementi del suono, la loro interazione produce qualcosa di sospeso, unico, inusuale. Andranno avanti fino a sera a perfezionare il suono.

Il jazz è una buona metafora per descrivere lo spirito di Indiehub, non a caso è anche uno dei suoi tratti identificativi forti. Nel jazz la maestria e il talento di ogni singolo musicista si uniscono a formare linee sempre diverse in un’interazione a tratti casuale intorno a un tema dato. Con il risultato di creare sempre qualcosa di nuovo. Così i vari avventori di questo singolare co-working verticale (dedicato cioè a un singolo settore di attività), danno sempre vita a nuove interazioni, attorno a un tema centrale, quello della musica.

Mentre prendiamo un caffè nella piccola e confortevole cucina dell’open space iniziamo a conoscere le persone che hanno eletto questo a loro posto di lavoro. C’è Renata, 32 anni, insegnante di italiano alle scuole medie e cantante, che sogna di aprire una sua etichetta indipendente «Magari da legare alle attività di Indiehub». Capelli rasati sul lato e doppio petto alla Beatles, si è spostata da Bari a Milano insieme al suo ragazzo, Stefano, un chitarrista, oggi producer per l’ambito pop di Indiehub. Silenzioso e discreto, a una delle scrivanie di cartone pronte a esser piegate per trasformare la sala in spazio proiezioni o studio fotografico, c’è un ragazzo dai capelli ricci e folti, la giacca di pelle e la bicicletta a scatto fisso parcheggiata accanto alla scrivania. È “Il lungo addio”, un musicista indie di Milano, all’anagrafe Fabrizio Testa, 35 anni. Al suo terzo album, affianca l’attività di musicista a quella di produttore con la Tarzan Record, realizzando un vinile all’anno. «Curo da me anche l’ufficio stampa e la comunicazione». Per questo viene qui quasi ogni giorno. Qui ha registrato due dei suoi album e si prepara a mixare il terzo.

Da ultima, mentre dopo una mattinata di lavoro i ragazzi si avviano a pranzo sotto il glicine fiorito del Circolo reduci e combattenti, nei bastioni della Porta Volta a due passi da qui, arriva Camilla. Piglio deciso, capelli lunghi, lisci e biondi, anche lei è una cantante e anche lei ha trovato in Indiehub la dimensione ideale per il suo lavoro. «Se devo incidere un jingle ho subito lo studio di registrazione accanto, mentre con l’ufficio posso portare avanti la mia attività manageriale». Camilla infatti come la maggior parte dei ragazzi che cercano di vivere di musica, affianca alla produzione creativa un’altra attività. Con un collega gestisce Milano Music Consulting, una S.r.l. incentrata «sulla produzione di eventi live in ambito corporate», ovvero, di concerti all’interno di iniziative aziendali. Hanno lavorato moltissimo per Expo e sono stati insigniti dal sindaco Giuseppe Sala come una della migliori start up presenti all’esposizione. Il suo partner in affari ora è ad Astana, proprio perché continua a seguire il filone delle grandi esposizioni internazionali.

C’è molto business dentro Indiehub. Molta passione e una generazione di giovani che ha deciso di trattare la musica in modo professionale. Si vede anche dalla nuovissima sala riunioni, ideata per discutere di contratti e ingaggi. Di soldi, insomma. La creatività resta in sala prove e in studio registrazione. Dall’altro lato si conoscono persone, si gettano reti, si lavora alla parte di promozione e contatti. «Per il mio lavoro questo posto è perfetto - conclude Camilla - c’è molta tranquillità, ti senti a tuo agio. E poi magari quando viene qualcuno a registrare un disco ti capita di pranzare con Edoardo Bennato. Non è niente male».


[Numero: 75]