[Sommario - Numero 74]
La quarta parte del Mondo
Sara Stefanini - È nata a Sorengo, in Svizzera nel 1982. Si diploma in illustrazione e animazione multimediale allo Ied di Milano nel 2006. Attualmente lavora come Graphic Designer e illustratrice freelance per magazine e case editrici italiane e straniere. Viene selezionata per il catalogo e la mostra al concorso internazionale Ilustrarte per la biennale del 2016. sarastefanini.com
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Maurizio Cucchi
Amerigo Vespucci che il vento sia con noi

Tutti sognano la nave scuola ma per guadagnarsela si deve passare dal Cappellini

Della nave Amerigo Vespucci sappiam tutto. Nel 1962 incontrò in crociera nel Mediterraneo la portaerei americana Independence, che chiese con le luci, «Chi siete?», la risposta sobria fu «Nave Scuola Amerigo Vespucci, Marina Militare Italiana». La replica della poderosa unità Usa va dritta negli annali, «Siete la nave più bella del mondo». La Vespucci fu pilotata dall’ammiraglio Tino Straulino, un oro e un argento olimpici nella vela, senza ausilio dei motori per uscire oltre l’insidioso ponte girevole a Taranto, la Vespucci sembra fasciata di legno ma è di metallo, la Vespucci sembra appena varata ed è invece nei registri nautici dal 22 febbraio 1931...

Se vi parlassi invece del brigantino Alfredo Cappellini? Già il confronto dei nomi stride, Amerigo Vespucci, Firenze 1454-Siviglia 1512, il navigatore che diede il nome all’America, lasciando che gli operai italiani si vantassero «America, noi l’abbiamo scoperta, battezzata, costruita»; Alfredo Cappellini, Livorno 1828-Lissa 1866, capitano di Marina decorato «Per aver nella battaglia di Lissa, avvenuta il 20 luglio 1866, fra la flotta austriaca e quella italiana, preferito morire con tutti i suoi ufficiali ed il suo equipaggio anziché abbandonare la pirocorvetta Palestro da lui comandata ed in preda alle fiamme».

Tutti abbiamo sognato la Vespucci, vela maestra al vento a solcare le onde blu dell’oceano, ben pochi sanno dell’esistenza del brigantino dedicato all’eroico Cappellini. Tanto più che non naviga da generazioni, interrato nel cortile dell’Accademia Militare di Livorno, in vista del mare, ben sorvegliato dal busto in bronzo di Straulino. I cadetti scelgono sempre un nome mirabolante per il loro corso, dall’Altair dei cadetti 1931-1934 all’Aiteres dei diplomandi 2020: tutti conoscono però bene il brigantino Cappellini, lo rispettano, lo temono, lo odiano, e solo quando hanno finito l’Accademia, e prendono servizio da ufficiali, gli rivolgono nostalgici sguardi d’affetto.

Perché il Cappellini è la loro scuola di vela, su e giù per gli alberi, sotto e sopra con le vele, imparare a distinguere sartie e gomene, in antica corda come nell’Isola del tesoro, solo le gomene d’attracco sono in fibra sintetica, per rispetto alle regole portuali. Si sale adesso fissati con un gancio di protezione, lo studio Faggioni Yacht Design ha ultimato il restauro per la sicurezza dei cadetti e il rispetto di una nave affascinante quanto la Vespucci, ma destinata, per nemesi marina, a farle da scorta immobile e passare gli anni nel cemento. I giovani e le giovani salgono e scendono lesti per impratichirsi lungo gli alberi, vincendo vertigini, nausea, paura del vuoto. Una grande rete da circo li accoglie, ruvida e materna, se mai dovessero cadere.

La loro vita trascorrerà fra droni, sommergibili robot, GPS ultra sensibili allo scarroccio, rotte digitali, navi laboratori informatici, hackers e cyber guerra. Non dovranno mai cazzare o allascare vele penzolando nel vuoto, le manovre sul Cappellini sono prova morale, costruzione del carattere da leader. Ma chi non si arrampica sul brigantino che non navigherà mai più e sente l’odore del mare da lontano, con vento e salsedine, non farà neppure la crociera estiva miraggio di ogni cadetto sulla maestosa Vespucci, né avrà il comando di una unità militare con il tricolore e gli stemmi delle Repubbliche Marinare.

Mio padre passò ragazzo in quel cortile, dove brilla la dicitura Patria e Onore, sapeva della Vespucci, della fatica per pilotarla in mare, e sognava come tutti i compagni di corso la guerra nei sommergibili: il corso 1940-1943 della Marina scelse giusto di chiamarsi Squali, in onore di sommergibilisti e incursori Mas. Vita e storia decisero altrimenti, molti dei ragazzi conosciuti a Livorno finirono nei 128 sommergibili italiani, “squali” meccanici affondati in mare. Ascoltando quei ricordi di mio padre, tra vivi e caduti, la morale era chiara. Sogno e Realtà hanno in mezzo il sacrificio: si applaude la maestà trionfante della Vespucci in alto mare, ma si conosce la bile amara sputata sul sartiame della Cappellini!


[Numero: 74]