[Sommario - Numero 74]
La quarta parte del Mondo
Sara Stefanini - È nata a Sorengo, in Svizzera nel 1982. Si diploma in illustrazione e animazione multimediale allo Ied di Milano nel 2006. Attualmente lavora come Graphic Designer e illustratrice freelance per magazine e case editrici italiane e straniere. Viene selezionata per il catalogo e la mostra al concorso internazionale Ilustrarte per la biennale del 2016. sarastefanini.com
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Maurizio Cucchi
Amerigo Vespucci che il vento sia con noi

Sul Vespucci è come navigare su una macchina del tempo: «Una nave che entra nel cuore»

I fischi, lunghi, modulati si diffondono sull’Amerigo Vespucci; salgono sino all’ultimo pennone dell’albero di maestra, 54 metri più vicini al cielo. Si contano una quarantina di suoni, ciascuno è un ordine diverso. «Potremmo anche parlarci con ricetrasmittenti, ma su una nave varata nel 1931 sulle linee di un veliero dell’Ottocento sarebbe fuori contesto» spiega il comandante, il capitano di vascello Angelo Patruno, barese, 50 anni.

L’albero di maestra è a centronave, a prora c’è il trinchetto, a poppa quello di mezzana, il più basso con 43 metri. Ma sufficienti per emozionarsi. «Uno spettacolo» dice, quando scende dal giro di barra il marinaio Armando Di Maio. Ha 24 anni, è sposato, un secondo figlio in arrivo e ha appena portato a termine il suo battesimo dell’altezza. «Ho studiato da geometra, avrei potuto trovare lavoro a terra, ma per me stare qui è un sogno. Ho fatto il concorso da cuoco, come mio zio, che era imbarcato sul Vespucci e che ero andato a trovare a bordo quando avevo un anno. Quelle fotografie me le rigiro ancora tra le mani come santini».

Stiamo navigando a 5 nodi, non c’è vento, il Tirreno è un olio. Ci spostiamo dal cassero di poppa ai “centri”, la parte centrale, la “piazza” del paese Vespucci, 292 abitanti che durante la campagna d’addestramento che riporterà la nave in America saliranno a circa 400. Qui durante il giorno si lavora, si viene a fumare e a telefonare a casa col cellulare; a confidarsi la notte, guardando le stelle. «Volevo andare lontano da casa», racconta Ilaria Losa, marinaio di 28 anni di Arluno nel Milanese, capelli corti e grandi occhiali da vista. Si è laureata in Biologia e poi ha scelto la Marina. «Dopo la laurea mio padre ha avuto un incidente che lo ha menomato. Aveva una pompa di benzina, l’ho aiutato per tre anni e addio biologia. Volevo staccarmi dalla famiglia. Spero di diventare cuoco».

Le donne rappresentano il 4% del personale della Marina. Sul Vespucci sono una ventina. «Hanno bisogno anche di noi», sottolinea Ilaria, che non vuol sentire parlare di attenzioni e privilegi. Nemmeno in fatto di cuccette. Sul Vespucci, dagli spazi risicati, si è risolto con l’equa scomodità. I marinai e i cento allievi ufficiali del primo anno dell’Accademia dormono (poco) a centronave, in “camerate” di 50-60, in gruppi di 30 per locale su amache sospese sui tavoli dove mangiano e studiano. Trattamento uguale per le donne, ma a parte. «Si supera tutto», non ammette debolezze il sottocapo Federica Rametta, 23 anni, siracusana, capelli raccolti, lieve trucco. Un diploma delle Magistrali, è il primo nocchiere donna della storia del Vespucci.

«Ti mettono alla prova, devi dimostrare che puoi farcela. Ora mi hanno destinata all’albero di maestra. Andrò lassù», dice, con gli occhi che luccicano. Si arrampicherà fin sotto le nuvole per spiegare e chiudere le vele. «Sono innamorata di questa nave. Sogno di entrare nell’equipaggio fisso».

«È come navigare su una macchina del tempo», dice Adriano Gandino, genovese, sottordine del nostromo, tuta da lavoro e berretto stinti a segnalare che è un “anziano”. Status che gli consente di sedere anche sulla scala di sinistra dei “centri”, off limits per i novellini. Sono le regole non scritte di bordo. Guai, allora, a far risuonare la campana storica, datata 1868, riservata solo all’abbandono nave: porterebbe iella, tanto che al batacchio per prudenza è stata agganciata una testa d’aglio.

Già, una macchina del tempo. Tre alberi più il bompresso, 24 vele in tela Olona (2600 mq di tessuto di canapa); oltre 30 km di cime e cavi in “manilla”, che corrono ovunque, caviglie e pazienze in legno per fissarli; teak, mogano e ottoni; fregi e arabeschi, la polena e lo scafo in acciaio, con le lamiere chiodate come si faceva sui liner dei primi del ‘900 ; la bandiera da combattimento del 1931, con lo stemma regio. E quando poi il comandante apre la Sala Consiglio, all’estrema poppa, il salotto di rappresentanza, sorpresa: mobili in stile Liberty, i due quadri colombiani recuperati dalla gemella Cristoforo Colombo; la cabina comunicante, per gli ospiti d’onore, dotata di una vasca da bagno con piedini, e poi il giardinetto, una sorta di terrazzino con i vasi di spezie e sapori.

Storia e tecnologia. «In plancia si naviga col gps, anche se abbiamo a portata di mano il sestante», assicura il comandante in seconda, il capitano di fregata Paolo Podico, novarese con famiglia a Roma. «Abbiamo quattro motori diesel generatori Euro 3. Velocità massima? 10 nella norma», continua il tenente di vascello Giovanni Angelo Garofalo, il direttore di macchina, sposato a Monza, tre bimbi. A vela il record è di 14,6, segnato nel 1965 dal leggendario comandante e olimpionico Agostino Straulino.

Torniamo alla tradizione. C’è l’ammaina bandiera solenne sul cassero. L’orizzonte è una striscia rosa. Il tricolore sventola sotto una lieve brezza. L’equipaggio schierato canta l’Inno di Mameli. Il nostromo (solo 17 in 86 anni), il 1° maresciallo Giulio d’Elia, napoletano, 23 anni a bordo, icona che detiene il sapere dell’arte marinaresca , e per questo venerato, soffia nel fischietto e segna il ritorno al silenzio.

Dura poco. Chiamano la mensa generale, sottocoperta è servita la cena. I marinai mangiano a centronave; ci si mette in coda con la gamella, ci si siede ai tavoli comuni. Sotto il castello di prora, invece, stanno i sottufficiali, mentre a poppa c’è il quadrato ufficiali, più formale. Salvo a mezzanotte, per il rito della pizza, nato per sollevare il morale di chi monta di guardia. È l’occasione per chiacchierare col commissario di bordo, il tenente di vascello Giuseppe Montaperto, di Augusta, l’unico a sapere quanto costi sfamare l’equipaggio (circa 6 euro al giorno a persona) e per sbirciare il quadro del bar che raffigura il Vespucci con l’Uss Independence.

All’esterno, in coperta, la luna attenua il buio. Ai “centri” brillano i cellulari e la brace di sigaretta del responsabile della sala radio, il 1° maresciallo Michele Scandamarro, un pugliese che dopo 29 anni di Marina ha chiesto l’ultimo imbarco proprio sul Vespucci. «Questa nave ti entra dentro. Le altre le vivi, questa ti vive. E ti da più di quanto ti chiede». Sembra di sentire ancora il sottocapo Federica. «Qui sopra c’è cuore».


[Numero: 74]