[Sommario - Numero 74]
La quarta parte del Mondo
Sara Stefanini - È nata a Sorengo, in Svizzera nel 1982. Si diploma in illustrazione e animazione multimediale allo Ied di Milano nel 2006. Attualmente lavora come Graphic Designer e illustratrice freelance per magazine e case editrici italiane e straniere. Viene selezionata per il catalogo e la mostra al concorso internazionale Ilustrarte per la biennale del 2016. sarastefanini.com
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Maurizio Cucchi
Amerigo Vespucci che il vento sia con noi

E i migranti italiani l’aspettano in Canada come la loro bandiera

Agli italiani tentati dallo sbarco in Canada, il sito “italiansincanada.com” consiglia di «indossare molti strati di vestiti durante l’inverno». Senza dimenticare «i mutandoni o long johns», perché «da ottobre a aprile, anche a sud il Paese s’imbianca e gela», spiega il portale pensato per gli aspiranti immigrati. Nell’età della crisi, il flusso della migrazione dall’Italia stagnante ha ripreso a scorrere verso il grande nord americano, immune alla recessione anche negli anni peggiori dell’economia globale. Oggi in Canada però gli italiani arrivano alla spicciolata, alcune centinaia di persone l’anno, quasi nulla rispetto all’ondata migratoria che ha modellato il Paese sin dalla sua nascita.

A questa vasta e radicata comunità di connazionali l’Amerigo Vespucci aprirà le porte all’inizio dell’estate, ormeggiando prima ad Halifax, poi a Quebec City e a Montréal per celebrare il 150esimo anniversario della fondazione del Canada. Gli italo-canadesi saliranno con orgoglio sull’«ambasciata itinerante» della loro patria d’origine, assicura il comandante Angelo Patruno. Di certo non diserteranno la festa di compleanno della nazione che li ha accolti. Del resto, i primi migranti hanno fatto la loro parte nell’unire il Canada, arrivando alla fine dell’ottocento per gettare i binari della Canadian Pacific Railway che ha collegato le due coste dell’immenso Paese. «Abbiamo anche costruito Toronto. Strade, edifici e case sono state tirate su con sangue e sudore italiano. Poi le seconde e terze generazioni hanno iniziato la scalata sociale», ci racconta Francesco Veronesi, direttore del quotidiano Corriere Canadese , fondato nel 1954, che ancora oggi ha una tiratura di oltre 10 mila copie.

Tra gli italiani giunti qui fino ai primi anni Settanta, quando l’ondata migratoria si arresta (nell’ultima generazione rientra anche il quattordicenne Sergio Marchionne, arrivato con la famiglia dall’Abruzzo nel 1966) il senso di identità (bi)nazionale è ancora forte. Ed è fitto e vitale il tessuto di associazioni comunitarie, come può testimoniare chi scrive, che ha preparato l’esame di terza media alla “Dante Alighieri” di Ottawa assieme a dei ragazzini che non avevano mai messo piede in Italia. E la domenica mattina ci ritrovavamo al club Saint Anthony, gremito in ogni ordine di posto e sovrastato dall’incitamento “Napoli le-zze-go!” (erano gli anni di Maradona), per guardare in diretta le partite di calcio carpite via parabolica.

Tra il primo e secondo tempo si leggeva L’Ora di Ottawa, come si legge Il Cittadino Canadese nella Pétite Italie di Montréal e Il Corriere Canadese a Toronto, dove nell’area metropolitana i residenti di origine italiana sono quasi mezzo milione. Qualcosa di più di un ricordo o di un dato statistico. «Decine di migliaia di famiglie a casa usano l’italiano. In cittadine come Woodbridge e Maple, dove la maggioranza della popolazione è di origine italiana, si parla la nostra lingua per strada e nei negozi. L’attaccamento identitario è fortissimo», spiega il direttore del Corriere.

E nella Little Italy di Toronto che ruota attorno a College Street si trova l’unica, hollywoodiana walk of fame italiana nel mondo, che celebra uno accanto all’altro la stella di Giancarlo Giannini e quella di Roberto Luongo, portiere irpino-canadese della nazionale di hockey. Al netto del folklore del paisà e dei suoi idoli, la perdurante italianità è anche frutto del multiculturalismo promosso dalle istituzioni sin dal 1971, quando con il governo di Pierre Trudeau il Canada diventò il primo Paese al mondo a farne una politica ufficiale. Il modello di società mosaico che esalta le differenze comunitarie, alternativo al melting pot assimilazionista del vicino statunitense, è ormai parte dell’identità nazionale. Anche se con gli anni è diventato secondo i critici sempre più slogan che realtà, piegandosi via via alle priorità dell’integrazione.

Almeno fino a quando, con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, il capo del governo Justin Trudeau, figlio di Pierre, ha rivendicato con orgoglio la differenza canadese. E con lui anche gli italiani del grande nord americano. «Siamo l’esatto contrario del tritacarne comunitario USA», conclude Veronesi. «Per questo è difficile che possa emergere un Trump canadese, divisivo e intollerante. Abbiamo sviluppato da tempo gli anticorpi che ci proteggono dal virus che si è insinuato a sud del confine».


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