Cervello e intestino così nasce la creazione

REPORTERS

Un’occasione probabilmente unica, poter conversare con un intellettuale, proverbialmente vigile e attento, che ha visto per 106 anni transitare un secolo intero sotto la sua lente, lucida e profonda, e che improvvisamente, con innata nonchalance, alludendo ad un grande pensatore quale Bachelard, straordinario matematico infatuato dell’immaginazione e teorico della visione, se ne esce così:

«No, lui non l’ho conosciuto, anche se ho un enorme rispetto per il suo pensiero, acutissimo. Però ho conosciuto Merlau-Ponty e Paul Valery. Avevo diciott’anni, quand’ho scritto sulla Fiera Letteraria un articolo sopra la sua filosofia, e lui mi ha voluto conoscere... Sì, una enorme, vera impressione, un grandioso visionario. Lucido, ma anche d’una fantasia esorbitante. No, di visionari così, in Italia, non ne ho conosciuti, nemmeno tra i poeti amici, che pure erano straordinari, e avevano delle forti visioni poetiche, come Ungaretti. A partire da Svevo, che ho incontrato giovane, sino a Montale, che frequentavo, e devo dire ch’era assai più interessante nella sua quotidianità, come amico, che non come poeta sputa-sentenze. Forse nella natura dell’italiano è molto più forte la matrice razional-realistica, che non quella fantastica».

Ecco, la parola stessa Visione quale vibrazione mai suscita in lei, grande “lettore” del mondo, dei suoi “modi” e delle dinamiche in evoluzione?

Intanto la visione riguarda l’organo della vista, direi il nostro principale organo di senso, purtroppo non utilizzato a dovere. O travisato da un vedere non troppo accettabile. Ma è vero, spesso la visione si fa visionarietà. Non dimentichiamo i grandi mistici del Medioevo, che hanno basato la loro forza quasi sempre su visioni trascendenti, che passano per l’organo dei sensi, ma poi vanno al di là dei loro occhi, giungendo a uno stato onirico, che diventa un vero evento estatico.

Visioni, si dice però, anche se si tratta di visioni sonore, o d’immagini liriche. È dunque più forte in noi l’elemento percettivo, oppure quello immaginario, che si lega alla memoria, al sogno, all’inconscio?

Più questo, direi. Perché bisogna distinguere, tra una visione banale, normale, immediata, e invece quella che si nutre del ricordo, dell’onirico, che si basa sulla memoria vorrei dire persino infantile. Che molto spesso costituisce la base di quell’immaginario che poi, nell’adulto, si trasforma in visione scritta, dipinta, sonora. Cioè praticamente quel che chiamiamo creazione artistica. Visione intima.

L’artista Sophie Calle ha fotografato dei ciechi dalla nascita, chiedendo loro quale era la loro idea di bellezza, e molti parlavano di immagini concrete.

Sì, anche i ciechi hanno delle visioni. Io in Toscana conoscevo un cieco dalla nascita, che però continuava a “vedere” delle immagini, anche se poi non poteva confrontarle con la realtà.

Anche Borges forse vedeva, come dei barlumi e da questa cecità ha incrementato il suo immaginario.

Borges era un vero visionario, un genio della premonizione, e quella sua poetica preesisteva anche, prima della sua stessa cecità.

Considerava persino Dante un visionario...

E aveva ragione, perché Dante ha inventato non soltanto un percorso immaginario, con la sua Divina Commedia, ma quando parla di emozioni sovrasensibili, si ha davvero l’impressione che non le abbia inventate, ma vissute in qualche modo. Sembra che alluda a ricordi, a fantasie che vanno comunque al di là del mondo sensibile.

A partire dall’Ottocento, Baudelaire, De Quincey, poi Artaud, Cocteau, Michaux, Juenger, molti artisti hanno fatto ricorso alle droghe, per acuire questa sensibilità.

Certo, la droga è un elemento fondamentale per gli artisti, evidentemente molti di quelli che l’hanno usata l’hanno fatto per attirare certi aspetti immaginari, di cui erano coscienti, ma che non erano in grado di estrinsecare.

Fellini, per esempio, volle provare LSD, sotto controllo medico. E lei?

Certo che ne ho avuto la curiosità, ma non ho avuto il coraggio, perché si sa che è troppo facile poi affogare in quel limbo. No, neanche altri sostituti, il vino certo, è una piccola droga, può essere anche di aiuto, ma è meglio non ricorrere ad artifici.

Il pittore romantico Friedrich consigliava «chiudiamo l’occhio esteriore per aprire quello interno, interiore», che ci permette di scoprire mondi insospettati. E lo stesso pensava anche Klee.

Certo, Klee è un perfetto profeta, un caso tipico di visionarietà fantasiosa, fantastica, che va al di là di quelle che erano le sue stesse conoscenze razionali, esplicabili.

Grazie a quello che gli orientali chiamano il “terzo occhio”?

In effetti ci sono dei grandi ispirati, che hanno delle visioni soprasensibili, che appartengono a una sfera che nulla ha a che fare con la razionalità.

Anche nella pittura di Dorfles, compare spessissimo l’emblema d’un occhio che ci scruta, un occhio simbolico, allucinato.

Sono sempre stato affascinato da quell’emblema, che allude al fatto che quello che si dipinge non è in diretto rapporto con il reale, ma con qualcosa di trasfigurato, che ha legame con l’inconscio. E questo è stato basilare per il Surrealismo ed anche per l’Espressionismo germanico.

Nel Novecento per lei quasi prevale l’alterità sulla razionalità scientifica?

Certo, molto più che in altri secoli. Per esempio, io questa visionarietà non la vedo nel Rinascimento, lì domina la prospettiva razionale.

Ma il “Medioevo fantastico” di Baltrusaitis, e i Bosch, i Breughel, gli Arcimboldi, i Piero di Cosimo?

Sì, ci sono, ma lì non capisci mai se prevale la patologia, la follia, oppure se si tratta di fantasie calcolate, estetiche. E poi, chissà, forse ci saranno stati anche altri eccentrici, ma che la storia ha cancellato via. Io però penso che solo nel Barocco siano iniziate certe fantasie dirompenti, certe alienazioni.

Alienazioni?

Il tema dell’allucinazione anche in individui non ammalati può essere un gran motivo di spinta verso la creazione artistica. Da giovane medico ho frequentato la clinica psichiatrica di Pavia, dove avvicinavo ogni specie di malati mentali, oltre che neurologici. Evidentemente, questi malati avevano delle allucinazioni molto precise, che ti raccontavano e che ti permettevano di considerarle come patologie da curare, ma con una spinta immaginativa, che andava al di là della piatta normalità.

Quindi potremmo dire che nell’antica battaglia tra cultura e natura, tra artificio e istinto, la visione sta più dalla parte dell’aspetto selvaggio-animale?

A Pavia venivano spesso delle figure che provenivano dalla classe operaia, anzi, direi più contadina, ebbene, anche nel ruolo di pazienti, uscivano da loro delle immaginazioni del tutto inaspettate, e sorprendenti, che non potevano dipendere da una conoscenza culturale, diciamo preparata, ma che erano straordinarie.

A guardare certi suoi quadri, vengono in mente le macchie di Rorschach, un altro profeta della visione.

Non posso negare che mi abbia interessato molto questo grande scopritore della psiche, che indagava attraverso la decrittazione di certe macchie misteriose, e non c’è dubbio che nella mia pittura ci sono molti riferimenti al fantastico, con elementi non razionali, che si possono anche leggere con il metodo di Rorschack, non nel senso che volessi rifarmi a lui, ma nel senso che quella lettura avrebbe potuto rivelare molto di me.

Al punto da ipotizzare che la sua pittura abbia funzionato come una sorta di auto-analisi psicoanalitica?

Ammetto che molto spesso ho creato delle immagini misteriose, non realistiche, che analizzate diciamo così con crudeltà si potevano interpretare come sintomo d’insufficiente controllo della mia coscienza, stimolate dalla prima corporalità. Sì sì, proprio cerebrale ma anche intestinale.

In questo senso, venendo da una città come Trieste, pioniera della psicoanalisi italiana, e dati i suoi studi di psichiatria, non è mai stato tentato dalla psicoanalisi?

Sì, tentato molto, sin da giovanissimo, quando ho letto in tedesco Freud e molti altri suoi seguaci. No, non penso, come molti artisti, che l’auto-indagine di sé possa esaurire la fantasia, inaridire la creatività. Anzi, capire meglio qualcosa dei propri fantasmi, anche guidati, può aiutare molto a progredire nell’arte.

Adriano Olivetti diceva che «l’utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare».

E aveva ragione! Ho conosciuto bene Adriano, lui non era un utopista, era un uomo concreto, fattivo, era molto ben impiantato sui suoi piedi.

E dall’alto dei suoi anni, ha senso considerare il Novecento “un secolo breve”?

Devo dire, sarà mia ignoranza, ma non ho mai capito cosa voglia dire questa formula, piuttosto infelice. No, no, direi che è stato molto, molto lungo!


[Numero: 28]