[Sommario - Numero 74]
La quarta parte del Mondo
Sara Stefanini - È nata a Sorengo, in Svizzera nel 1982. Si diploma in illustrazione e animazione multimediale allo Ied di Milano nel 2006. Attualmente lavora come Graphic Designer e illustratrice freelance per magazine e case editrici italiane e straniere. Viene selezionata per il catalogo e la mostra al concorso internazionale Ilustrarte per la biennale del 2016. sarastefanini.com
achab
Maurizio Cucchi
amerigo vespucci che il vento sia con noi

Bussola, sestante e l’odore del mare su quella nave si impara a comandare e anche a manovrare con l’hi-tech

«Navigare necesse est», disse un giorno Pompeo ai suoi marinai per convincerli a prendere il mare. Frase che la Marina militare non ha mai dimenticato. «Prima di tutto, per formare uomini e donne di mare, ossia i comandanti del domani, dobbiamo farli navigare». Il capitano di vascello Curzio Pacifici, dopo il comando di un cacciamine ed una fregata, dal 2012 al 2016 ha comandato il Vespucci. Vele, cime, salsedine, il mare come’era un tempo.

Ma che senso ha nell’era dei satelliti e del digitale?

«Sul Vespucci salgono i giovani di vent’anni, al termine del primo anno di accademia navale. Può sembrare un esercizio anacronistico, ma non è affatto così. Per solcare il mare bisogna innanzitutto conoscerlo. E un conto è studiare in classe i primi rudimenti di astronomia o di meteorologia, altro è osservare il cielo dal ponte della nave o prendere manualmente velocità e direzione del vento. Il Vespucci ha ovviamente tutte le dotazioni più moderne, ma il futuro ufficiale di Marina, per avere basi solide, deve toccare con mano il sestante e la bussola magnetica. Dev’essere in grado di fare il punto-nave con le stelle. E poi deve cominciare a annusare il mare, che è un ambiente spesso ostile, faticoso, logorante. A fare le guardie sul ponte, a svegliarsi alle 4 del mattino, a dormire nell’amaca affianco al compagno, si crea uno spirito di squadra che è il primo passo di una disciplina che accompagnerà l’ufficiale per tutta la vita».

In futuro però non avranno mai più a che fare con le vele.

«Probabilmente. Gli ufficiali di Marina oggi hanno a che fare con tecnologie molto sofisticate: aviazione imbarcata, sommergibili, navi moderne che nella versione più avanzata hanno caratteristiche stealth, cioè invisibile ai radar, con navigazione interamente strumentale. Eppure la campagna d’istruzione navigando all’antica che fanno in gioventù li accompagnerà per tutta la vita. E ne parleranno sempre con nostalgia. Non per estetismo, ma perché sul ponte del Vespucci avranno scoperto una verità fondamentale per i marinai, e cioè che da soli non si può nulla, il singolo non conta, ma solo la squadra, l’equipaggio. Per essere chiari, una vela del Vespucci la apre soltanto un team, non c’è superuomo che tenga».

Ma è così importante, questa scoperta?

«Di più: è fondamentale. L’ufficiale di Marina è innanzitutto comandante di un equipaggio. E in mare s’impara il rispetto del mare ma anche il rispetto degli altri. Si capisce che bisogna valutare ogni obiettivo e prendere le decisioni conseguenti per raggiungerlo, conoscendo le proprie forze, sapendo che tutto può cambiare e un’esitazione di troppo potrebbe essere drammatica».

La grande nave, insomma, diciamolo a costo di sfiorare la retorica, prende dei ragazzi e restituisce degli uomini?

«Qualcosa del genere».

Ma questi saranno ufficiali della Marina militare, non comandanti qualsiasi. Un giorno comanderanno navi da guerra.

«E infatti al termine del secondo anno di accademia gli allievi cominciano ad imbarcarsi sulle navi grigie, quelle operative. Qui iniziano a vedere che cosa è l’appontaggio di un elicottero, l’impiego di un cannone, una centrale operativa di combattimento. Sarà questo il loro futuro. Ma più andranno avanti nella carriera, più saliranno di grado, e più perderanno il contatto con la specializzazione tecnica per affrontare problemi sempre più complessi. Immaginate il comandante di una grande nave con il suo stato maggiore, e quindi con collaboratori specializzati nelle singole branche. Ovviamente il comandante deve sapere un po’ di tutto, ma quel che gli si richiede è innanzitutto di essere leader. E andando ancora avanti, pensate allo schieramento di navi internazionali che c’è davanti alla Libia, lì c’è un comandante che dalla plancia deve tenere sotto controllo non soltanto mille informazioni e stimoli, ma anche uno schieramento di più navi. Ecco, forse in quei momenti non penserà alle vele del Vespucci, ma sarà anche quell’esperienza che gli permetterà di essere un buon comandante».


[Numero: 74]