un manga ti salva la vita

Omini verdi rossi blu visti da un grattacielo. È cominciata così

Il viaggio fu infinito.

E la prima striscia del mio personale manga iniziò in aereo.

Stritolato tra una piccola signora e un enorme esemplare di asiatico sovrappeso l’unico sollievo fu l’ascolto del primo disco dei Sigur Ros sopra la tundra siberiana, benefico come il bianco freddo delle nevi.

Arrivai all’aeroporto internazionale di Osaka un mattino di qualche anno fa, con un filo di eccitazione cucito dentro a una tonnellata di stanchezza. Sarebbe stato il mio primo tour in oriente. La prima volta su un palco al di fuori dei miei confini.

Il transfer per l’albergo, in seconda pagina tra le spire della storia, fu liscio e fu il primo impatto con il Giappone.

Distese cementizie affastellate sul mare e strisce di asfalto in direzione di grandi alberghi. L’operosità della vita intorno, gli ideogrammi, le macchine, i taxi con gli sportelli automatici, i colori accesi delle luci al neon, le migliaia di gambe che incrociano veloci gli incroci.

Arrivai in albergo e iniziai l’ispezione della mia stanza.

Il letto morbido e il bagno iper-tecnologico in guisa di badante, l’armadio e pulito e il televisore sottile. La grande finestra sulla distesa di civiltà. la storia nascosta. i cartoncini a fumetto per qualunque drammatica esigenza in cui mi sarei potuto imbattere, apocalisse inclusa.

L’orologio segnava le otto del mattino, era il momento di riprendere in mano il dialogo con l’occidente attraverso una colazione continentale servita all’ultimo piano del grattacielo.

Presi posto vicino alle finestre delicatamente accompagnato da giovani e attraenti geishe 2.0 e iniziai ad assaporare il mio primo, Giappone.

Voltando pagina mi ritrovai a guardare un centinaio di metri più in basso.

Al piano strada si stava avverando l’ennesimo grande miracolo edilizio della posa di fondamenta per un nuovo edificio.

E ne rimasi rapito.

A quella distanza gli uomini sono piccolissime sagome a stento riconoscibili. Formiche di un formicaio. Api di un alveare.

Le squadre di operai erano divise e distinte dal caschetto di sicurezza di colore diverso. gialli a sinistra, poco più a lato i verdi, i rossi in centro e i blu alla mia destra.

Si riunirono ordinati come manipoli di antica memoria davanti all’unico caschetto bianco. dopo un surreale momento di calma assoluta iniziarono a fare ginnastica. Come a scuola, come quella che tutti ricordiamo: saltelli sul posto, piegamenti, jumping jacks, torsioni del busto. Tutti sincronizzati come uno stormo primaverile che volteggia.

Da un’altezza di 100 metri l’armonia dei movimenti di quelle minuscole sagome fu magnetica. e magnifica.

Al termine degli esercizi ci fu ancora un tempo di sospensione e di immobilità.

Poi, all’improvviso, si sparpagliarono veloci come lepri alla calata di un falco. 

E la giornata iniziò.

Avrei scoperto il significato orientale di radici, cultura, frustrazione, passione, garbo, moltitudine, novità, contraddizione, passione.

Anche io mi alzai.

E andai a dormire prima di dare inizio all’avventura di un torinese a Osaka.

Primo capitolo di un fumetto bellissimo.


[Numero: 73]