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Massoni, hippy, razzisti o comunisti: l’ermeneutica applicata ai Puffi

Eccoci alla vigilia di una nuova invasione blu. Esce nelle sale “Puffi 3”: viaggio nella foresta segreta, il film d’animazione diretto da Kelly Asbury, e viene naturale sbizzarrirsi sui loro significati “nascosti”. Perché, effettivamente, la “puffologia” costituisce una disciplina che è stata molto praticata sin dalla nascita degli Schtroumpfs (il nome originario), partoriti dal fumettista belga Pierre Culliford in arte Peyo (1928-1992) il 23 ottobre 1958, sulle pagine del Journal de Spirou. Un perfetto oggetto di ermeneutica politica (o di metaforologia occultistica), anche se Umberto Eco ci metterebbe in guardia dai rischi che si corrono quando si imbocca la “superstrada” dell’«interpretazione infinita». D’altronde, lo stesso grande intellettuale e semiologo, nel ‘79, aveva scritto per la rivista Alfabeta il saggio “Schtroumpf und Drang”, applicandosi a un’analisi linguistica del “puffare”, sottolineando il «grande rilievo filosofico, o almeno semiotico» delle storie di questi personaggi a fumetti che stanno in una sorta di «comune di autonomi, ma senza giradischi e armi improprie. Un Macondo vero» (e si avvertono ancora in pieno gli echi del Settantasette). Oppure, secondo altri, e per restare dalle parti dell’esegesi da “sinistra alternativa”, una comune hippy e anarchica, con il Grande Puffo “scoppiato” capo fricchettone, preparatore e “pusher” di sostanze psicotrope per la sua tribù di figli dei fiori che vivono integralmente a contatto con la natura e all’interno di case-funghi allucinogeni.

Antonio Soro, uno specialista di scintoismo ed esoterismo, scrisse nel 2005 un opuscolo intitolato I Puffi, la “vera” conoscenza e la massoneria (Edes), nel quale li equiparava agli “esseri pre-adamiti” immersi nell’Eden della tradizione esoterica, con il Grande Puffo gran maestro di loggia e una cosmologia gnostica che il “razionalismo” massonico moderno aveva finito per dimenticare. Nel 2006, Avvenire, il quotidiano della Cei, contrappose alla “pista massonica” la lettura dei Puffi come allegoria delle comunità cristiane delle origini, intrise di reminiscenze dei culti mitraici e caldei (simboleggiati dal berretto frigio, mentre l’antagonista Gargamella altri non sarebbe che il persecutore e stragista di credenti Nerone). Più di recente, nel 2012, il sociologo (e già ghostwriter del leader centrista francese François Bayrou) Antoine Buéno ha sostenuto, nel suo Il libro nero dei Puffi (Mimesis), la tesi del “puffo-totalitarismo”. Tra comunitarismo organicista, anti-individualismo e un villaggio collettivista, maschilista e razzista, gli gnomi bluastri come personificazione delle distopie totalitarie di destra e di sinistra. Ovvero nazi-puffi e puffi stalinisti, non per caso tutti tremendamente uguali: i primi come esito di esperimenti di eugenetica razziale, i secondi in omaggio all’ideologia livellatrice.

I Puffi sbarcarono sul piccolo schermo di casa nostra nel 1982; e di quel decennio rappresentarono una delle incarnazioni visive, soprattutto per i connazionali che erano piccini a quell’epoca, i quali crebbero letteralmente a merendine e “folletti blu”, e con lo spauracchio del Baubau Gargamella. Una mossa da guerriglia situazionista del nuovo direttore di Italia 1, Carlo Freccero, che li schierò come controprogrammazione spiazzante e creativa alla corazzata di Rai 1, il telegiornale della sera. Tanto che, ex post, qualcuno insinua che il blu puffico avrebbe costituito un’anticipazione quasi “subliminale” e una socializzazione all’azzurro forzaitalico (e con la comunicazione transpolitica berlusconiana sul web che cavalcava le “somiglianze” somatiche tra il solito Gargamella e il “comunista non pentito” Pier Luigi Bersani). Di sicuro c’è soltanto che Peyo era di suo un moderato di centrodestra, elettore del Partito liberale, allergico a qualunque forma di estremismo e appassionato di fate, elfi e Medioevo fantastico. E, comunque la si pensi, «Noi Puffi siam così. Noi siamo Puffi blu. Puffiamo su per giù due mele poco più», come cantava Cristina D’Avena.


[Numero: 73]