un manga ti salva la vita

Grazie, Carosello: ha visto l’arte nelle mie plastiline

C’è stata un’epoca della televisione italiana in cui la sperimentazione artistica trovava spazio in prima serata. Dal 1957 al 1977, con Carosello, le migliori menti creative erano alla ribalta con le loro opere, la pubblicità quasi un di più rispetto al vero “spettacolo”. Bruno Bozzetto, Emanuele Luzzati, Osvaldo Cavandoli: quanti nomi sono usciti da quella fucina! Approdata dal Giappone in Italia grazie a una borsa di studio Fusako Yusaki ci si è trovata in mezzo grazie al suo talento. E da allora non se n’è più andata. Il suo modo unico di trasformare la plastilina in qualcosa di vivo l’ha resa nota al pubblico italiano: ricordate la sua pubblicità del Fernet Branca? Fu un successo clamoroso. Yusaki creava e crea tuttora fotogramma dopo fotogramma un mondo in movimento a partire dalla materia inanimata. Venticinque scatti per fare un secondo di animazione: un lavoro lento e fatto di passione.

Quanto tempo ha impiegato per realizzare quella pubblicità?

Oltre due settimane. Un lavoro lunghissimo: modellare la plastilina, spostarla di volta in volta manualmente, riprendere la scena. Filmando su pellicola, quindi non come oggi con la possibilità di guardare ciò che si realizzava. E poi due, tre giorni per sviluppare le riprese. Un lavoro davvero artigianale.

È piuttosto inusuale per un’animatrice preferire l’Italia al Giappone. Come mai lei lo ha fatto? Cos’ha trovato qui di diverso?

In Italia negli Anni 60 l’animazione era considerata come creazione artistica. Questa concezione era molto diversa da quella diffusa in Giappone dove, come negli Stati Uniti, la cultura dell’animazione è principalmente industriale. Trasmissioni come Carosello hanno fatto crescere tanti artisti. Ma era un lavoro costoso. Conclusasi quell’esperienza gli spazi di creatività si sono ridotti. Quelli però sono stati anni felici.

Cos’è successo dopo?

Inizialmente per tutti noi è stato difficile trovare un nuovo lavoro. Io ho iniziato a lavorare con il Consiglio Nazionale delle Ricerche per un’animazione sull’origine dei terremoti. Poi sono passata alla televisione svizzera. E poi finalmente di nuovo finalmente alla Rai, per cui ho realizzato la sigla della trasmissione “L’albero azzurro”.

Ha da poco concluso un nuovo lavoro con la Rai se non sbaglio.

Sì, “Oto and the music”. Un’esperienza molto interessante perché per la prima volta ho utilizzato la tecnologia 3D al computer. Faticosissimo: per ottenere i risultati che volevo c’erano continui aggiornamenti del sistema da fare. Con molte persone a lavoro. E io sono assai pignola. Alla fine mi odiavano tutti. (ride)

Continua a preferire la tecnica manuale?

Di sicuro sono più rapida: anche per realizzare “Oto and the music” avrei impiegato un terzo dei gironi. Ma non è questione di preferenza, piuttosto di possibilità di scelta. Quando si lavora con un macchinario questo tende a suggerirci soluzioni. Ciò diminuisce l’apporto creativo dell’artista. Anche se per trasmettere un’emozione serviranno sempre gli essere umani. Questa è una bella consolazione.

Cosa ne pensa dell’animazione di oggi?

Ci sono moltissime cose belle! Ma c’è troppa scelta: con internet i cartoni sono comparsi come funghi. Anzi, di più! Anche per questo sono curiosa di partecipare a “Cartoons on the Bay”, per avere una visione ordinata di un panorama altrimenti caotico.

Lei è stata molte volte nella giuria di festival importanti, come quello di Hiroshima. Pensa sia questo il ruolo che devono svolgere oggi, guidare il pubblico attraverso una scelta potenzialmente infinita?

Certo! Quando facevo parte della giuria continuavo a lottare e lottare per far valere le mie preferenze. Ma non è sempre giusto lottare. A volte bisogna semplicemente capire.

Cosa le sembra oggi del panorama italiano? Pensa ci sia di nuovo spazio per l’innovazione?

Dipenderà dal ruolo che la televisione deciderà e riuscirà a darsi. Per sperimentare ci vogliono soldi purtroppo, perché richiede tempo e il risultato non sempre è garantito. La Rai ad esempio è stata molto coraggiosa a produrre il mio “Oto and the music”. Ma per il resto bisognerà vedere, non è facile.

E in Giappone e negli Stati Uniti com’è la situazione?

Anche lì le piccole produzioni devono stringere i denti per far fronte a un’industria sempre più imponente. È sempre un problema di soldi. L’importante però è mettere passione in quello che si fa: senza passione siamo già pronti per i sarcofagi. Oggi le persone sono troppo distratte, occupate, non hanno tempo per fermarsi a guardare un prodotto fatto con dedizione. Ma non può andare avanti così. Alla passione non si può rinunciare. La passione è vita.


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