un manga ti salva la vita

Genitori e bambini: lasciamoli guardare in pace i loro cartoni

«Ne ho viste cose che voi poppanti non potete immaginare, treni spaziali navigare verso pianeti lontani, bande di ladri (ben assortite di pistoleri e samurai) compiere rapine sotto gli occhi increduli dell’ispettore Zenigata, robot giganteschi e fracassoni combattere per il bene dell’umanità».

Possiamo immaginarceli, i papà e le mamme di oggi come novelli Rutger Hauer, desiderosi di tramandare il patrimonio di storie e di visioni che hanno segnato la loro infanzia, prima che finiscano perdute come le proverbiali lacrime nella pioggia dell’androide protagonista di Blade Runner. E, d’altra parte, possiamo anche immaginare la loro curiosità verso le mille evoluzioni dell’intrattenimento per bambini e ragazzi dato che, in un certo senso, di questo stesso intrattenimento, si sentono ancora complici e destinatari: alle 14, come se nulla fosse, continuano a presentarsi puntuali all’appuntamento con i Simpson sulla loro amata Italia 1, malgrado i 40 anni suonati.

Proprio la consapevolezza del valore che cartoni et similia hanno ricoperto nella loro formazione rende queste stesse mamme e questi papà smaniosi di condividere i loro consumi mediali con i propri piccoli e di discuterli con loro. Cosa significa Peppa? Cosa Masha? Star Wars, a che età? E i cartoni animati giapponesi? Che farne delle storie di Lupin, Spank, Creamy, Heidi, Licia e via dicendo? Come scegliere il prossimo cartone in tv? Come accompagnare il proprio figlio nei boschi narrativi dell’intrattenimento televisivo?

Domande di questo genere proliferano nell’universo intermediale, su blog e forum, giornali e riviste specializzate, sui famigerati gruppi whatsapp dell’asilo, alle cene fra amici. E sono tutte domande semiotiche, chiedono di prendere posizione interpretando, interrogano sul senso profondo delle storie che quotidianamente ci passano sotto gli occhi attraverso i mille supporti che la frantumazione della televisione 2.0 ci ha da qualche tempo consegnato.

Di fronte a queste nuove istanze, cambiano anche i cartoni animati. Essi, sempre più spesso, si propongono come narrazioni generali e multitarget, terra di confine dell’intrattenimento mediatico, in grado di rompere gli steccati generazionali fra genitori e figli che sempre più spesso si ritrovano a guardarli insieme, mettendoli al centro della discussione. Il tutto, si capisce, nella consapevolezza che i cartoni costituiscano precisi modelli di comportamento, che funzionino da dispositivi ideologici da decostruire, discutere, problematizzare, rilanciare criticamente ai propri ragazzi all’interno di un progetto educativo tanto generale quanto, in fin dei conti, pervasivo e totalizzante. Tutto ciò va molto oltre il tradizionale dibattito sulla “cattiva maestra televisione” o, sull’altrettanto d’antan, questione della violenza di certi cartoni animati trasmessi dalle televisioni commerciali. Si tratta piuttosto di nuove domande, molto più sofisticate: quanto la configurazione familiare tradizionale di Peppa Pig è adeguato segno dei tempi? Come funzionano, nella serie, forme di parentela e ruoli di genere? Perché il papà è rappresentato come inetto inconcludente costantemente superato dal nonno? Qual è il modello di società che questo o quell’altro cartone propongono? Radical Chic (Olivia the piglet)? Ipercapitalista (la signora Coniglio di Peppa)? Putiniano (Masha e Orso)? Provate a cercare su Google traccia di queste domande e vi spunteranno fiumi di parole, liti infinite fra fazioni di spettatori, schiere di novelli Roland Barthes pronti a smascherare le velleità piccolo-borghesi della serie di turno. La critica culturale, messa all’angolo dalla tecnocrazia e dallo scientismo imperante, trova, così, in ambito educativo e in questo gigantesco dibattito, un nuovo valore politico.

Si capisce che ci vuol poco, però, perché questo attivismo critico finisca per diventare la caricatura di se stesso, beandosi di scoprire l’acqua calda della stupidità altrui ma tralasciando di riflettere sulla propria. Nei casi più estremi, ottenendo, perfino, il risultato collaterale di far rimpiangere i bei vecchi tempi, in cui i pubblici non erano partecipativi, la semiotica era una disciplina per pochi, e la televisione guardata dai bambini nella solitudine della propria stanzetta. Insomma, il rischio è che l’apertura verso la complessità che una sana lettura critica del mondo, cartoni animati inclusi, suggerisce, lasci il passo alla sua “versione facile”, fatta di luoghi comuni e superficialità esibite come verità indiscutibili ad opera di genitori-maestrini, pronti a fare di ogni dettaglio una questione di principio.

Qualora il dubbio dell’over-interpretation dovesse, allora, sfiorarci, siamo ancora in tempo per scegliere di pagare pegno. Lasciare che, di tanto in tanto, i bimbi possano guardare in santa pace i loro cartoni, senza la nostra intromissione, è il modo più efficace di scongiurare l’eventualità che il prossimo Michele Apicella ad alzarsi dalla sedia al grido di “no, il dibattito no!” possa essere proprio nostro figlio.


[Numero: 73]