un manga ti salva la vita

Con Picadon è caduto il tabù di raccontare Hiroshima

Andammo a Hiroshima un pomeriggio di agosto. Era un momento molto delicato. Io e il mio compagno Renzo volevamo fare un film sulla bomba. Ci aggiravamo per le strade semideserte. Chiunque sentisse parlare del nostro progetto ci riservava sguardi di diffidenza: «Non potete fare un cartone animato sulla bomba atomica! È un argomento troppo serio, una tragedia troppo grande per farne un cartone». Ce lo ripetevano di continuo. Ma noi non volevamo fare “un cartone animato”. Volevamo fare arte attraverso l’animazione.

“Picadon” nacque nel 1978. E piacque, molto. Anche agli abitanti di Hiroshima. Pochi anni prima, nel 1972, avevamo realizzato “Made in Japan” che aveva vinto il Grand Prix al Festival dell’animazione di New York: da allora avevamo l’idea di creare un festival simile in Giappone. Volevamo dar spazio alle nuove visioni, agli autori. Fino ad allora però la raccolta fondi era stata un disastro: figurarsi se gli sponsor erano disposti a mettere soldi a perdere nell’animazione! Non era proprio quello che interessava loro. Sorprendentemente fu “Picadon” la chiave di volta. Quel lavoro era stato in grado di emozionare. E allora in città ci proposero di realizzare il nostro festival, proprio in occasione del 40o anniversario dell’attacco atomico del 6 agosto 1945. Così nel 1985, nacque la prima edizione del Festival Internazionale di Animazione di Hiroshima. Da allora ogni due anni offriamo una ribalta ai giovani talenti del settore, provenienti da tutto il mondo.

Certo questa è una storia un po’ eccezionale, me ne rendo conto, però è un buon esempio dell’approccio che dovrebbe guidare un giovane cineasta indipendente: bisogna avere fiducia nel fatto che offrendo la propria creatività, e non soltanto chiedendo, si possano ottenere dei risultati. Se non lo avessi creduto non avrei mai ottenuto nulla nella mia vita.

Oggi è assai più facile e più economico produrre animazione rispetto agli anni in cui io e Renzo abbiamo iniziato. La tecnologia ha reso la creazione più accessibile. Eppure continuo a sentire giovani che cercano sponsor per realizzare i propri lavori: li cercano in continuazione. Forse ignorano che molto spesso se si trova uno sponsor si rinuncia anche alla libertà creativa e al diritto d’autore. Ci sono così tanti canali per promuovere le proprie opere oggi: se hanno successo, se hanno qualcosa da dire, magari si può perfino diventare degli artisti affermati.

Il problema è che molto spesso dimentichiamo perché ci si dedica all’arte dell’animazione. Lo facciamo per soldi e successo? O perché vogliamo sviluppare un progetto che ci piaccia, un racconto che ci emozioni? Certo, i soldi sono importanti. Ma sono un mezzo, non un fine. Attenzione: non sto dicendo che le produzioni commerciali vadano evitate. Tutt’altro, sono molto importanti per un giovane artista: prima di tutto perché permettono di mettere da parte soldi per i propri progetti e mantenere la propria indipendenza. Poi, sono un modo per conoscere le esigenze del mercato, i gusti del pubblico e i propri. Infine consentono di sperimentare: c’è sempre richiesta di qualcosa di nuovo e questa è un’ottima palestra. L’importante è non dimenticare i propri obiettivi.

Anch’io ho iniziato a lavorare nell’animazione commerciale e nelle serie tv dopo aver studiato produzione. Il programma cui lavoravo aveva abbastanza successo e mi permise di mettere da parte dei soldi. Con quella somma è iniziato il mio viaggio nel cinema indipendente, come regista e promotrice, a fianco di Renzo. Ma l’obiettivo che mi muoveva allora era chiaro, come lo è oggi: salvaguardare lo sguardo autoriale. Come accade con una poesia, con un romanzo. La visione è tutto.

(Testo raccolto da Laura Aguzzi)


[Numero: 73]