fateci uscire dall emergenza

Servono idee e dissenso per uscire dalla rissa continua

Due magnifiche donne ci parlano sempre di noi. Simone Weil: «Supponiamo che l’iscritto di un partito prenda pubblicamente il seguente impegno: «Ogni qualvolta esaminerò non importa quale problema politico o sociale, mi impegno a dimenticare assolutamente il fatto che io sono membro di questo gruppo e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la giustizia». Questo linguaggio suonerebbe molto male. I suoi e anche molti altri lo accuserebbero di tradimento. I meno ostili direbbero: «E allora perché si è iscritto a un partito?». Hannah Arendt: «Dimenticare è diventato un dovere sacro, la mancanza di esperienza un privilegio, e l’ignoranza una garanzia di successo».

Sono due donne del Novecento, avevano sulla pelle i segni del nazismo e negli occhi i prodotti del comunismo. Simone Weil voleva abolire i partiti politici perché un partito tollera poco o per niente il dissenso e cresce in sé il seme del totalitarismo, Hannah Arendt sapeva che la libertà si basa sulla responsabilità e la responsabilità prevede la conoscenza: «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più». Ecco, parlavano di noi. L’abolizione del dissenso (e dunque le ossessive accuse di tradimento, le espulsione e le scissioni continue, la parodistica frammentazione della geografia politica) e l’esaltazione dell’incompetenza e dell’ignoranza come prova di purezza, e cioè nessuna compromissione col potere farabutto.

La nostra democrazia ha a che fare con tutto questo, specialmente con tutto questo, molto più delle inefficienze e delle inettitudini dei governanti tradizionali, chiamiamoli così. Il confronto delle idee è diventato impossibile perché le idee non esistono più, cancellate, sono fanghiglia di un passato corrotto. Ciò che abbiamo studiato, che consideravamo i postulati della nostra società, non hanno alcun senso né soffio di vita, le pagine di David Hume, di Tocqueville, persino di Rousseau, sono impiombate nelle bare del vigoroso non-pensiero corrente. La democrazia è sempre il governo delle minoranze, diceva Gaetano Salvemini, ma oggi è bestemmia perché Salvemini è evaporato nel nulla.

La democrazia è quando due lupi e un agnello decidono che cosa mangiare a pranzo, ma la libertà viene dal riconoscimento di alcuni diritti che non possono essere cancellati neanche dal 99 per cento dei voti, ha detto Marvin Simkin, dell’Arizona University, rifacendosi alle più antiche e solide basi della democrazia rappresentativa, ma varrà qualcosa quando attraverso la democrazia diretta, come preannunciava Gianroberto Casaleggio, «su base egualitaria decidi qualunque cosa», anche la reintroduzione della pena di morte? Che valore ha sapere, e cioè avere dentro, che secondo democrazia il fornaio fa il pane e tutti gli altri decidono se è buono, e basta? Sapere che la democrazia è un esperimento sempre incompiuto, e che a differenza della dittatura è sempre irrealizzato? È questo il nostro approdo per una ragione oggi raggelante ed evidente: «Quella che chiamiamo democrazia è assai più una disposizione mentale che una questione di istituzioni». Questa è di Robert Conquest, e ci piace risistemarla così, all’italiana: la democrazia è come il coraggio, se non ce l’hai non te la puoi dare.


[Numero: 72]