fateci uscire dall emergenza

Non tutto è ancora perduto ma il sentiero è sempre più stretto

Il tema dell’uscita di emergenza, affrontato in questa edizione di Biennale Democrazia, è pieno di saggezza, in quanto presuppone un progetto che la preveda molto prima che il pericolo si presenti. Altrimenti, se poi l’uscita non c’è, non è più possibile scappare dalla trappola. Nel caso dei cambiamenti climatici e dei problemi ambientali, purtroppo il progetto non è stato fatto bene: quarant’anni fa quando i primi allarmi scientificamente solidi sono stati diffusi si è fatto di tutto per minimizzarli, sottovalutarli, deriderli e osteggiarli. Oggi non siamo ancora sul bordo del baratro ma poco ci manca, e dobbiamo cercare delle uscite di emergenza non convenzionali, inventarci percorsi alternativi su strade non segnalate e più impervie. Ci siamo in sostanza spinti troppo al di là dei territori sicuri per l’umanità, i cosiddetti «confini planetari» oltre i quali la biosfera rischia di non essere più in grado di sostenere la nostra vita.

Siamo infatti nell’Antropocene, l’epoca geologica iniziata dopo la rivoluzione industriale, caratterizzata dall’onnipresente impatto dell’Uomo su tutti i processi e gli ambienti naturali, dall’atmosfera agli abissi oceanici, dal remoto Antartide alle brulicanti megalopoli. Abbiamo cambiato il clima, cementificato i suoli, abbattuto foreste primarie, sterminato specie viventi attivando la sesta estinzione, inquinato acqua, aria e suoli, sconvolto i cicli biogeochimici dell’azoto, del fosforo e del carbonio. Abbiamo un sacco di luci rosse che lampeggiano sul quadro comandi della nostra astronave Terra, e sirene che urlano cercando di indurci a ridurre i consumi di risorse, riciclare i rifiuti, essere più sobri, più efficienti e progettare un modo di vivere e di produrre che sia sostenibile sul lungo periodo senza penalizzare le generazioni future.

I giovani viaggiatori di questa astronave rischiano infatti - a causa degli errori di pilotaggio di ieri - di trovarsi domani alle prese con gravi guasti del sistema di riscaldamento/raffrescamento planetario, intossicazioni da fumi tossici e scarichi di rifiuti, cambusa e serbatoi vuoti e rotta di collisione con le leggi di natura. L’uscita di emergenza è oggi rappresentata dal rispetto dell’accordo di Parigi sul clima, dall’introduzione dell’economia circolare, dalla transizione alle energie rinnovabili in sostituzione di quelle fossili, dall’abbandono del paradigma della crescita infinita in un mondo finito, dal volere di meno, come suggerisce pure l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Ma c’è troppa confusione, ancora non ci si è accorti della gravità dei guasti, tutti dicono la loro, come sul Titanic quando dopo la botta con l’iceberg nessuno voleva credere al naufragio e si perse troppo tempo prima di accedere alle scialuppe di salvataggio peraltro insufficienti.

Il primo ingrediente per utilizzare con rapidità ed efficacia un’uscita di emergenza è studiarne le caratteristiche prima del bisogno, fare esercitazioni e prendere consapevolezza della necessità di imboccarla al momento opportuno. Le uscite più grandi e più facili da percorrere le abbiamo tutte mancate negli scorsi decenni, ritenendole erroneamente inutili; quando nel 1972 il Club di Roma pubblicò il rapporto sui limiti della crescita, a torto liquidato come inaffidabile, il mondo aveva la metà della popolazione attuale e i problemi ambientali erano meno gravi e più semplici da risolvere. Ora siamo sette miliardi e mezzo, abbiamo accumulato un’enorme quantità di scorie e un debito ecologico inestinguibile, così per salvarci, più che grandi uscite ben segnalate ci restano dei sentierini, via via più stretti ogni giorno che passa. Ma se avremo il coraggio e la fermezza di percorrerli attrezzati con la conoscenza scientifica e la volontà di cambiamento rispetto alla grande e invitante autostrada dei consumi infiniti che conduce però al collasso, scopriremo un mondo diverso che potrebbe essere perfino migliore di quello che stiamo distrattamente devastando.


[Numero: 72]