fateci uscire dall emergenza

Non conosci la tempesta finché non la attraversi

La nave, dopo una fase di relativa stabilità, aveva ripreso il suo rollio, inclinandosi ogni volta di più, e Jukes questa volta si dovette concentrare per tenersi in equilibrio e non aprì la bocca. Ma non appena la violenta oscillazione si attenuò un po’, disse: «Questo è veramente troppo. Qualunque cosa debba succedere, penso sia bene mettere la prua al mare. Il vecchio è appena andato a stendersi. Mi venga un accidente se non vado a parlargli.» Ma quando aprì la porta della sala nautica vide il comandante che leggeva un libro. Il capitano MacWhirr non stava dormendo: era in piedi con una mano stretta saldamente allo scaffale e l’altra che reggeva un pesante libro aperto davanti al viso.

La lampada si agitava sul suo supporto cardanico, i libri si rovesciavano liberamente da una parte all’altra dello scaffale, il lungo barometro oscillava a singhiozzo e il tavolo cambiava ogni momento l’inclinazione. In tutta quella confusione e quel movimento il capitano MacWhirr rimaneva impassibile e, alzando lo sguardo al di sopra del libro, chiese: «Cosa c’è?» «Il mare sta montando. Signore». «Me ne sono accorto anche da qui» mormorò il comandante. «Qualcosa non va?» Sconcertato da quegli occhi imperturbabili che l’osservavano da sopra il libro, Jukes accennò un sorriso imbarazzato. «Si balla come una vecchia scarpa» disse imbarazzato. «Sì! È brutta, molto brutta. Cosa vuole?» A quel punto Jukes perse la sua sicurezza e cominciò ad annaspare. «Pensavo ai nostri passeggeri» disse. «Passeggeri?» chiese il comandante con l’aria seria. «Quali passeggeri?» «Come? I cinesi, signore» si spiegò Jukes, già stufo di quella conversazione. «I cinesi! Perché non si spiega meglio? Non capivo a chi si riferiva. Mai sentito prima chiamare passeggeri un branco di coolies. Passeggeri! Come le è venuto in mente?» [...] Sentendosi messo alle strette, Jukes prese lo slancio: «Con questo rollio il ponte è allagato, signore.

Pensavo che si potesse mettere la prua al mare, solo per un po’. Finché non si calma; fra poco, direi. Prua a Est. Non ho mai visto una nave ballare così.» Si reggeva alla porta e MacWhirr, sentendo poco saldo lo scaffale cui era aggrappato, pensò di abbandonarlo di botto e cadde pesantemente sul divano. «Prua a Est?» disse, cercando di mettersi seduto. «È più di quattro quarte fuori rotta.» MacWhirr adesso era seduto. Aveva il libro ancora in mano, con l’indice sul segno. «A Est?» ripeté con crescente stupore. «A Est?... Dove pensa che dobbiamo andare? Vuole che trascini fuori rotta di quattro quarte un piroscafo a tutta forza per far stare più comodi i cinesi? Ne ho sentite di stupidaggini a questo mondo, ma questa… Se non la conoscessi, Jukes, la crederei ubriaco». [...] «È bonaccia, vero?» «Sì, signore. Ma c’è qualcosa di strano che sta arrivando, di sicuro.» «Può essere. Suppongo che pensi debba tenermi alla larga da questa porcheria.» disse il capitano MacWhirr fissando con aria seria l’incerata del pavimento. Non si accorse così dell’imbarazzo di Jukes e di quel misto di fastidio e di rispettoso stupore dipinto sul suo volto. «Ecco. Lo vede questo libro» proseguì lentamente, battendosi il volume chiuso sulla coscia, «ho letto il capitolo sulle tempeste». Era vero. Aveva appena letto il capitolo sulle tempeste.

Quando era entrato nella sala nautica non aveva intenzione di prendere quel libro. Qualcosa nell’aria aveva come guidato la sua mano sullo scaffale; probabilmente quella stessa cosa che aveva suggerito al cameriere di portare nella sala nautica, senza che gli fosse chiesto, gli stivali e la cerata del comandante. Senza neanche sedersi, si era immerso con la massima attenzione nella terminologia relativa al tema. Aveva cercato di riportare ordine in tutto ciò che aveva letto e aveva finito per indignarsi con tutti quei nomi, quegli avvertimenti, tutte quelle belle frasi e ipotesi, senza un briciolo di certezze. «È la cosa più stupida che possa esistere», disse. «Se uno dovesse credere a quanto c’è scritto qui, andrebbe tutto il tempo per mare cercando di evitare il maltempo.» Batté di nuovo il libro sulla coscia. [...]
E Jukes, in silenzio, si stupiva di quella concitazione e di quella loquacità. «Ma la verità è che non sappiamo se questo tizio ha ragione. Come fai a sapere di che tempesta si tratta finché non ci sei dentro? È a bordo questo tizio? Bene. Qui dice che l’epicentro sta a otto quarte rispetto alla direzione del vento; ma noi non abbiamo vento, anche se il barometro è in discesa. Dov’è l’epicentro adesso?» «Il vento l’avremo tra poco» borbottò Jukes. «Aspettiamo che arrivi» ribatté il capitano MacWhirr, con tono di solenne indignazione. «Questo solo per farle capire, signor Jukes, che non si trova tutto nei libri.

Tutte queste regole per eludere e scansare i venti, signor Jukes, mi sembrano una follia, a guardarle con un minimo di cervello». Alzò lo sguardo e, vedendo che Jukes lo fissava dubbioso, provò a spiegarsi meglio. «Una follia come la sua curiosa idea di virare, portando la prua al mare non si sa per quanto tempo, solo perché i cinesi stiano più tranquilli; mentre quello che dobbiamo fare è condurli a Fu-chau, facendo in modo di arrivare prima di mezzogiorno di venerdì. Se il maltempo mi fa ritardare, bene! C’è il suo giornale di bordo che dirà del tempo. Ma supponiamo che decida di correggere la rotta, che arrivi due giorni dopo e che mi chiedano: “Dove è stato tutto questo tempo, comandante?” Cosa rispondo? “Ho allungato per evitare il maltempo”, dovrei dire. “Doveva essere un tempo maledettamente brutto”, direbbero. “Non lo so”, dovrei rispondere “perché l’ho aggirato”. Capisce ora, Jukes? Ho passato tutto il pomeriggio a riflettere su questo». Alzò di nuovo lo sguardo vuoto e inespressivo. Nessuno l’aveva mai sentito parlare così a lungo tutto insieme.


[Numero: 72]