fateci uscire dall emergenza

Imparare a gestire l’infelicità che deriva dall’ansia di sentirsi tagliati fuori

Lo stato di permanente crisi che attraversiamo è il prodotto di una sinergia che si è venuta a creare, nella tarda modernità, tra incertezza sociale e insicurezza esistenziale. Riguarda quindi la dimensione economica e di riferimento dei valori, cioè del mondo e delle relazioni come li conoscevamo.

Il senso di crisi è una costante delle nostre vite che ha generato un paradosso: essere sollecitati contemporaneamente da un continuo senso di emergenza e dal bisogno di normalità. È nei media, quelli di massa e quelli capaci di attivare reticoli sociali, che istituzioni e cittadini rappresentano e si rappresentano, in un equilibrio problematico tra un continuo allarme sociale e la banalità del quotidiano. In un flusso ormai indistinto nella nostra percezione tra mainstream e non mainstream, le immagini di un ultimo attentato si alternano alla nostra preoccupazione mostrata attorno ad un hashtag su Twitter, ai video delle stories che su Facebook ci raccontano la mattinata degli amici, tra una colazione e le difficoltà della giornata che li attende.

Dal punto di vista delle singole vite quindi, a fatica, con l’estro che solo la volontà di sopravvivenza insita nell’essere umano può attivare, la crisi si normalizza nelle narrazioni quotidiane, nelle news come nelle informazioni delle reti di piccolo mondo, nella serialità come nello spettacolo della paura, diventando parte delle vite stesse, così che l’esistenza le continua a scorrere intorno, ad attraversarla.

I flussi di informazione fluiscono all’interno delle vite connesse restituendoci il senso del nostro posto nel mondo: dalla partecipazione ai contenuti che consumiamo, agli aggiornamenti dei propri contatti, alle ultime applicazioni che tutti usano. Se da un lato non siamo mai stati così informati, dall’altro non siamo nemmeno mai stati così affamati di informazioni: c’è sempre un update da poter consultare, una notifica da controllare, un aggiornamento da verificare.

L’insicurezza esistenziale si traduce in una pratica di confronto continuo, attraverso i social media e Internet, con gli eventi del mondo, con le vite degli altri e le esperienze che condividono. Una bulimia informativa che tenta di soddisfare l’ansia sociale attraverso una connessione online costante, per controllare di non essere esclusi da qualcosa che gli altri sanno e fanno, per combattere il senso di inadeguatezza: è la Fear Of Missing Out (FOMO). Anche questo è un “danno collaterale” della crisi.

Stiamo cominciando ad affrontarlo attraverso una crescita di consapevolezza che si è tradotta in un dibattito sulle necessità di digital detox che vede emergere corsi e ritiri nel fine settimana che insegnano a gestire questo bisogno di connessione e controllo costante degli eventi. Allo stesso modo cominciano a diffondersi applicazioni che bloccano l’uso dei social media durante orari che l’utente stesso può impostare.

Ma le risposte più forti in controtendenza vengono proprio dalla generazione che più di altre dovrebbe avere interiorizzato la crisi essendone figlia e che “per nascita” dovrebbe essere iperconnessa e avvezza al mondo digitale: quella dei Millennials. Il 90% di loro secondo il Pew Research Center utilizza i social media ma alcune analisi, come quella di Joseph Grenny e David Maxfield per il New York Times, mostrano come vengano ritenuti una fonte di infelicità da imparare a gestire. La generazione cresciuta con le piattaforme di connessione comincia a ritenerle un’esperienza di carattere più giovanile e meno significativa oggi. Alcuni, come spiega in un reportage il Guardian, smettono di usare i social media o cominciano a selezionare maggiormente sia i tempi che i modi d’uso, ad esempio sfruttando maggiormente le occasioni di conversazioni di piccolo gruppo in chat e meno quelle di raccontarsi in pubblico.

Crisi significa, etimologicamente, separare e in senso lato decidere, valutare (dal greco Krinò). E in questa possibile “crisi” dei social media possiamo forse osservare la volontà di gestire l’insicurezza esistenziale in modo diverso, attraverso racconti di mondo vicino capaci di creare e consolidare quel capitale sociale che costituisce l’ultima risorsa “economica” nell’epoca di incertezza.


[Numero: 72]