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Dario Argento e gli zombi: fanno paura e pena ma raccontano di noi

Secondo Dario Argento, il «mostro» più affascinante è sicuramente la strega. «Ho messo tante streghe nei miei film, da Suspiria in poi, e anche la Clara Calamai di Profondo rosso può essere considerata a ragione una vera e propria strega: quando io e Bernardino Zapponi scrivevamo il film, ce lo dicevamo sempre. Le streghe che mi piacciono di più sono le streghe che ho ideato per La terza madre, uno dei miei film più recenti. Ho pensato a delle streghe che erano ragazze qualunque, che si possono incontrare anche su un treno pendolari proprio come accade nel film, o su una corriera».

Insomma, Argento ha le idee molto chiare sulle streghe: sono il male quotidiano, e non un’entità astratta. Sono creature che puoi trovare davvero nella vita di tutti i giorni alle streghe avvolte dal mistero preferisce le streghe della porta accanto. Anche i morti viventi lo affascinano non poco, tant’è vero che insieme a Peppino Ortoleva presenta a Torino un film da lui prodotto, Zombi di George A. Romero, proiettato al Regio durante una delle serate di Biennale Democrazia e musicato dal vivo dai Goblin. I morti viventi rappresentano un orrore molto diverso. Intanto non sono carnefici, ma vittime: gli zombi sono infatti persone morte che vengono riportate in vita da qualcuno per motivi non certo umanitari. Ricorda ancora Dario Argento: «Quando il mio amico Romero mi propose questo film aveva già avuto un grande successo con La notte dei morti viventi, un horror che aveva fatto scuola.

In Zombi c’era tutto: c’era la crisi della famiglia con i fratelli che si azzannano a vicenda e i figli che divorano i padri, c’era il Vietnam, c’era il razzismo, la violenza fine a se stessa da parte dei militari americani. Ma cosa mi piaceva di più? Una cosa soprattutto: il fatto che quasi tutta la storia fosse ambientata nel non luogo per eccellenza, un centro commerciale. Lì gli zombi sembravano ricordarsi di quando erano vivi: andavano in quel posto che li aveva visti consumatori accaniti con la nuova veste di morti viventi: in fin dei conti, non c’era tutta quella differenza».

Ecco, gli zombi che raccontati durante la serata sono proprio quello: dei morti che si fanno sfruttare proprio come quando erano vivi. E del resto gli zombi del cinema fanno sempre quello. C’è chi li fa combattere, come il bieco sacerdote di Baal che li arma contro i consoli romani in Roma contro Roma di Giuseppe Vari, un film mitologico nel quale un’armata di morti viventi (peraltro tutti presi da sequenze di altri film, per risparmiare un po’ come si usava nei nostri Anni 60) mette a dura prova le legioni di Cesare. C’è chi li sfrutta in una miniera dove nessuno vuole andare, come in La lunga notte dell’orrore, horror inglese dello stesso periodo: lì un signorotto appassionato di riti caraibici scopre con grande piacere che può far tornare in vita i morti e utilizzarli come forza lavoro gratuita nelle sue miniere disertate dai minatori stufi dei ritmi asfissianti di lavoro che vengono imposti.

E c’è anche chi li vede come creature oscurantiste che vogliono cancellare, insieme alla razza umana, anche il progresso tecnologico abnorme che l’ha portata alla distruzione, come nel famoso romanzo di Richard Matheson I am Legend, portato per ben tre volte sullo schermo (e la versione più simpatica è quella poverissima del 1964 intitolata L’ultimo uomo della Terra, quando s’immagina Vincent Price ultimo sopravvissuto aggirarsi in una città deserta ma riconoscibilissima: nonostante le macchine americane e i caratteristi scelti tra quelli che hanno i tratti più anglosassoni, siamo all’EUR e il famoso Colosseo Quadrato è ben riconoscibile in molte sequenze).

Insomma, i poveri zombi sono un po’ i sans papiers del cinema: ad alcuni fanno paura, ad altri pena. Quasi nessuno si ricorda più che il loro mito arriva dai Caraibi: ci ricordano molto di più gli sventurati che i barconi lasciano sulle nostre coste, a volte vivi e a volte morti. Non rappresentano il male, ne sono invece le vittime, vittime spesso anonime: come gli zombi, non hanno nome né storia, ma se potessero di storie potrebbero raccontarne tante.


[Numero: 72]