fateci uscire dall emergenza

Dal virus ebola alle armi chimiche trasformare l’ignoto in opportunità

Quando chiamo Maurizio Barbeschi, per cercare consigli su come affrontare le crisi sempre più frequenti che ci circondano, lui risponde al telefono da Erbil. L’esperto di emergenze dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è in Iraq, a proposito di guai, per gestire i soccorsi alle vittime della battaglia in corso per cacciare l’Isis da Mosul: «Abbiamo appena ricoverato due persone contaminate con armi chimiche».

Non è la prima volta per lei in Iraq.

Ero nella squadra che fece le ispezioni sulle armi di distruzione di massa di Saddam, prima dell’invasione del 2003. Andai via con l’ultimo volo Onu prima dei bombardamenti. Le armi non c’erano, ma non riuscimmo a impedire la guerra.

In Siria vi andò meglio. Perché?

Guidai le ispezioni dopo gli attacchi chimici dell’agosto 2013. Spararono sulla nostra auto, appena entrati nella zona colpita, ma alla fine il nostro rapporto spinse Assad a consegnare le armi.

Lei ha gestito anche la risposta all’ebola in Nigeria. Cosa non ha funzionato in quella crisi?

In Nigeria in realtà riuscimmo a limitare l’epidemia, anche se un avvocato liberiano e americano malato, Patrick Sawyer, era venuto apposta con l’intenzione di contagiare tutti. Il problema negli altri paesi fu la convergenza di cause inusuali. L’infezione scoppiò in una zona di confine fra tre paesi, Guinea, Sierra Leone e Liberia, dove la circolazione degli abitanti era libera: quando lo scoprimmo, l’epidemia aveva già raggiunto le città. Nello stesso tempo ci furono carenze organizzative nella risposta.

Oggi ci sono più crisi del passato: è una sensazione o una realtà?

Il disordine sembra dominare il mondo. In parte è colpa dei media, che ci inondano continuamente di informazioni preoccupanti, dandoci l’impressione di essere in balia del caos. Però è un fatto che le istituzioni del passato, dagli stati nazionali alle organizzazioni multilaterali, non sembrano più in grado di governare l’incertezza e garantire stabilità.

Si può gestire questa era del caos?

Esistono tre universi che hanno affrontato l’ignoto: quello accademico; le previsioni per mezzo di “scenari” empirici; la modellistica matematica, cioè gli strumenti scientifici per fare dall’analisi delle epidemie alla meteorologia. Ogni esperienza della vita rischia di incontrare quelli che Nassim Nicholas Taleb ha definito i “cigni neri”, eventi o situazioni impreviste e imprevedibili, che cambiano profondamente le nostre esistenze.

Come prevedere e arginare queste minacce?

Ci sono diversi tipi di ignoto, che per semplificare possiamo ridurre a quattro grandi categorie. La prima è l’ignoto ignoto, ossia le crisi assolutamente imprevedibili, che ci sorprendono e ci obbligano ad usare tutte le nostre risorse creative per affrontarle. La seconda è l’ignoto conosciuto, eventi imprevisti che tuttavia accadono in un contesto che conosciamo e sappiamo come gestire. La terza riguarda invece l’ignoto che si modifica in corsa, e tocca tutti noi nella vita quotidiana. Situazioni che si trasformano e ci sfuggono di mano, passando dalla categoria delle crisi che pensavamo di poter contenere in un contesto noto, a quella invece dei “cigni neri” puri. La quarta si occupa della sfera emotiva, e come contribuisce a gestire l’imprevedibile. Perché un evento sorprende me, e lascia del tutto imperturbata un’altra persona? Quello che rappresenta un disastro per me, può essere il coronamento di un sogno per un’altra persona. Gli attentati dell’11 settembre 2001, ad esempio, che furono una tragedia inattesa per le vittime, ma un successo pianificato e noto per i terroristi di al Qaeda. Da qui l’importanza sempre più preponderante dell’intelligence accurata, negli affari pubblici come in quelli privati.

Esiste un modo per governare questo caos a nostro vantaggio?

Oggi c’è più ignoto di ieri, forse perché la coscienza dei pericoli si è ampliata, e la nostra sicurezza è diventata più fragile. Ma non bisogna mai dimenticare che ciò rappresenta anche una grande opportunità. L’ignoto ci obbliga a reagire uscendo dagli schemi abituali, e quindi stimola la creatività. L’incertezza non è solo una minaccia, ma anche un vuoto da riempire, approfittandone per realizzare i nostri obiettivi.

(Intervista a cura di Paolo Mastrolilli a New York)


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