[Sommario - Numero 71]
Il Cammino
Ettore Mazza - Nato a Desenzano del Garda, classe 1994. Vive e lavora a Bologna dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Illustratore e fumettista, fonda nel 2015, insieme ad altri quattro amici e autori, BRACE, collettivo che si occupa di micro editoria autoproducendo volumi con (l’avreste mai detto?) fumetti e illustrazioni. Appassionato di preistoria e archeologia, ha nostalgia per tempi che non ha mai visto, scenari ormai perduti che cerca di ritrovare tra le pagine dei libri.
Ho imparato con i piedi
Maurizio Maggiani
Camminatore
Maurizio Cucchi
A ciascuno il suo Cammino

Non correre mai. È la testa che fa la differenza

«Quando ti scopri camminatore non torni più indietro, perché impari a vedere te stesso e a vedere il mondo: difficilmente si rinuncia a questo privilegio, intimo e illuminante». Parla come cammina Luca Gianotti: una parola alla volta, un passo alla volta. Frasi solide ed equilibrate. Concatenate con calma, attenzione e ponderazione. E che ti accompagnano a intraprendere pioneristici itinerari e inattese riflessioni. Modenese di nascita e filosofo di formazione, 55 anni, camminatore per passione e professione, tracciatore di vie e mappe inedite, Gianotti è il fondatore della “Compagnia dei cammini”, associazione nata per diffondere la cultura del viaggiare a piedi. Con un catalogo variegato di offerte, in Italia e all’estero, di turismo responsabile in movimento.

Come si diventa camminatori?

Direi che tutto scatta dopo il terzo giorno. La differenza tra la scampagnata o la passeggiata lunga sta tutta lì, nel mettersi in gioco per più tempo. Nei primi tre giorni si scaricano le tossine, si entra in sintonia con il proprio corpo, si prende confidenza con una gestione degli spazi più rallentata. Superata quell’asticella si entra nella dimensione del camminatore. Subentra la volontà e la consapevolezza. Si vive il qui ed ora, con il corpo e con la mente.

Lei parla di “cammino profondo”. Di che si tratta?

È uno stile di cammino, fatto con gioia. È un muoversi a cui si aggiungono tecniche che consentono di andare più in profondità, di attivare processi di riflessione. Significa essere presenti, prestare attenzione al proprio respiro, praticare l’empatia e la condivisione. Ritrovare il contatto con il silenzio. Cercando di amplificare l’apertura di tutti i sensi: siamo stupefacenti macchine da percezione. Suoni, odori, immagini: il cammino profondo ti porta a connetterti con l’esterno in tutte le sue forme.

Ci sono regole da seguire?

Si sono dei consigli, una sorta di decalogo che aiuta ad orientarsi. Come abituarsi ad accettare gli imprevisti, mettere a conoscenza degli altri il proprio stato d’animo, lasciare a casa le ansie della quotidianità, distinguere tra il superfluo e il necessario per avere uno zaino più leggero e, fondamentalmente non caricare la guida di troppe aspettative. E poi non correre, mai. C’è sempre un fiore, un insetto, un colore che aspettano per stupire. Il cammino non è una gara: il ritmo del gruppo si deve adattare al ritmo del più lento.

Un cammino lento?

Sì, un cammino lento. Che ti permetta di fermarti quando vuoi, di scambiare qualche parola con le persone che incontri, che ti faccia entrare in relazione con chi trovi sulla tua strada. La tendenza attuale, soprattutto nei trentenni, è quella di bruciare le tappe. Si vogliono fare itinerari di una settimana in quattro giorni: non ci si accontenta più, si vuole esagerare. Credo sia un problema di autostima: si vuole dimostrare di valere più degli altri. Si corre sui sentieri, senza attimi per fermarsi, osservare, aspettare. Il cammino diventa solo una performance fisica, frettolosa, non da vivere ma da raccontare.

Ogni persona che s’incontra sul proprio pellegrinare è occasione di conoscenza?

Non ci sono regole e non è una gara a chi colleziona più incontri. Però viene naturale essere interessati all’altro. Succede nelle piste meno battute, con altri viandanti, con i pastori e i contadini incuriositi dal tuo passaggio. C’è fiducia nei confronti di chi si avvicina lento, sulle proprie gambe. Una fiducia che porta ad aprirsi, confidarsi, aiutarsi. Ad ascoltare consigli e suggerimenti. E respirare vissuti.

A camminare s’impara?

Certo. Si impara e si reimpara. La nostra è una generazione sedentaria, che ha dimenticato come si cammina. Bastano però poche indicazioni per riassestare il gesto: come appoggiare il piede con sicurezza, come piegare il ginocchio correttamente, come muovere le gambe per avere un moto più ergonomico. Si parte da qui. E poi si passa alla consapevolezza. La differenza la fa la testa, non il fisico.

Il sacrificio è una componente essenziale del cammino?

Per nulla. Non credo alla fatica come via di purificazione. La fatica è un elemento presente, ma che con l’allenamento si gestisce e alleggerisce, fino a diventare armonico. Porta a godere del momento dello sforzo. Lo sforzo è positivo: è fonte di divertimento e soddisfazione.

Il buon camminatore segue le piste già tracciate?

No, il bravo camminatore ad un certo punto si disegna la propria strada: esce dalle strade battute per provare nuove rotte. È un grande passo di crescita personale. Nel mio caso, dopo oltre 30 anni di viaggi a piedi, ho scelto di mettere la mia esperienza a disposizione degli altri. È nato così il “Sentiero dei briganti”, un anello di cento chilometri, al confine tra l’Abruzzo e il Lazio, percorribile da tutti in sette giorni, in qualsiasi periodo dell’anno. Si entra nei paesi, ci si immerge nelle comunità, ci si meraviglia per la natura. Un modo nuovo di affrontare il trekking, lontano dalla moda Anni 80 di passare di vetta in vetta, rimanendo sempre sulla cresta, lontani dai borghi e centri abitati. E poi la “Via Cretese”, un itinerario di 500 km da coprire in 28 giorni, sull’isola di Creta, da Est a Ovest. Cinque anni di lavoro, decine di viaggi, una capillare mappatura per redigere una guida che non esisteva. Novelli esploratori in un mondo dove si pensa che tutto sia stato esplorato.

Il camminare è ancora una metafora dell’esistenza?

Di cammino si parla tanto, troppo, e forse si pratica poco. Personalmente sono un po’ stanco di un abuso di parole ridondanti e vuote di significato. Esiste una fastidiosa “retorica del cammino”: pomposi diari che andrebbero smascherati, carichi di sovrastrutture simboliche, dove si esagera in enfasi e orpelli. Camminare è un gesto semplice, sobrio, essenziale. E avrebbe bisogno di una narrazione semplice, sobria ed essenziale.


[Numero: 71]