[Sommario - Numero 71]
Il Cammino
Ettore Mazza - Nato a Desenzano del Garda, classe 1994. Vive e lavora a Bologna dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Illustratore e fumettista, fonda nel 2015, insieme ad altri quattro amici e autori, BRACE, collettivo che si occupa di micro editoria autoproducendo volumi con (l’avreste mai detto?) fumetti e illustrazioni. Appassionato di preistoria e archeologia, ha nostalgia per tempi che non ha mai visto, scenari ormai perduti che cerca di ritrovare tra le pagine dei libri.
Ho imparato con i piedi
Maurizio Maggiani
Camminatore
Maurizio Cucchi
A ciascuno il suo Cammino

Il mio Bruce, un gatto che andava da solo

Conobbi Bruce alla fine del 1961, da Sotheby’s, dove ho lavorato per un paio d’anni. Sono stata la prima americana assunta a Londra dalla casa d’aste, e naturalmente suscitavo curiosità. Poco dopo, Bruce fu mandato per la prima volta a New York per valutare alcune collezioni di dipinti. S’innamorò di tutto, e in particolare dell’ambiente wasp più tradizionale, ricco ed elegante, che lo colmò di attenzioni. Tornò da quel viaggio vestendo un’ampia giacca di lana a quadretti con cappello abbinato – gli abiti da lavoro della gente di campagna – e iniziò a trovarmi più interessante. Negli anni successivi trascorremmo dei week-end sulle Black Mountains, andammo a camminare sulle Malvern Hills con suo padre, e un’estate per poco non ci vedemmo in Libia. Nel 1965 eravamo sposati. […]

Bruce sgobbava come un matto fino a notte fonda. Era molto competitivo e, coi suoi ventisei anni, era anche uno studente maturo rispetto ai ragazzi appena usciti dalle superiori. Studiò sanscrito, e con sua grande soddisfazione divenne il più bravo del corso. Ma abbandonò tutto dopo aver fatto due anni e mezzo su quattro. Non mi comunicò nemmeno le sue intenzioni. Aveva perso motivazione dopo gli scavi estivi: si era reso conto che preferiva non disturbare i morti. [...]

Era interessato al nomadismo, e iniziò a scrivere su questo tema. Ricevette l’incarico di recarsi in Egitto a vedere una collezione, e così ebbe abbastanza denaro per viaggiare un po’. Nel 1969 andò in Afghanistan con Peter Levi, che aveva vinto una borsa di ricerca a Oxford. Per Bruce era la terza visita. Due mesi dopo li raggiunsi anch’io e rimasi stregata da quel Paese. Nove anni più tardi i russi ne avrebbero distrutto per sempre l’equilibrio.

Bruce lavorò per diversi anni al suo libro sul nomadismo, che tuttavia rimase impubblicabile. Fu infine convinto a collaborare con il «Sunday Times Magazine », il supplemento a colori del « Sunday Times » – una rivista piuttosto prestigiosa, a quei tempi. Lì fece molte amicizie che sarebbero durate per tutta la vita.

Principiò come esperto d’arte in sostituzione di David Sylvester, che stava per andarsene, ma finì per scrivere pezzi sull’Algeria, su Indira Gandhi, su André Malraux. Conobbe Eileen Gray, una disegnatrice d’interni irlandese che aveva aperto la strada all’uso di materiali nuovi come il Perspex in combinazione con quelli tradizionali: Gray, che viveva a Parigi dal 1904, lo incoraggiò ad andare in Patagonia – lei era troppo anziana per farlo, ma era ciò che desiderava da sempre.

Fu così che Bruce cambiò di nuovo vita – e senza dir nulla a nessuno se non quando era già in partenza. Avvisò il « Sunday Times » con un biglietto scritto su un pezzo di carta gialla in formato protocollo, oggi smarrito o rubato. Io ricevevo le sue telefonate da qualche minuscolo bar che incontrava sulla sua strada verso sud. Spendeva lodi per il Moët & Chandon argentino. Trovare dello champagne in un posto così improbabile gli sollevava il morale. Ne era entusiasta. [...]

Viaggiava quasi sempre solo: due persone formano una barriera, una sola è avvicinabile. Insieme a me non avrebbe mai fatto sua la Patagonia, né sarebbe riuscito a scrivere Il viceré di Ouidah o gran parte degli altri libri. Modificava leggermente i personaggi che incontrava strada facendo: i fratelli di Sulla collina nera in realtà non erano gemelli; l’infermiera di In Patagonia era un’appassionata di Agatha Christie, non di Osip Mandel’štam. Queste alterazioni facevano infuriare la gente, come avremmo scoperto Nicholas Shakespeare e io ripercorrendo il viaggio di Bruce in Patagonia, ma erano parte della sua qualità di narratore. Nelle Vie dei Canti ci sono personaggi inventati di sana pianta. Spesso mi è stato chiesto come vivevo le sue interminabili assenze. Essere obbligata a sbrigarmela da sola qualche volta mi infastidiva, ma sapevo che stava lavorando: doveva essere libero. All’inizio del nostro matrimonio mi aveva detto che sperava non mi dispiacesse, ma doveva andare via da solo. Sulla credenza in cucina ho un delizioso disegno di Kipling: Il Gatto che se ne andava per conto suo.


[Numero: 71]