[Sommario - Numero 71]
Il Cammino
Ettore Mazza - Nato a Desenzano del Garda, classe 1994. Vive e lavora a Bologna dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. Illustratore e fumettista, fonda nel 2015, insieme ad altri quattro amici e autori, BRACE, collettivo che si occupa di micro editoria autoproducendo volumi con (l’avreste mai detto?) fumetti e illustrazioni. Appassionato di preistoria e archeologia, ha nostalgia per tempi che non ha mai visto, scenari ormai perduti che cerca di ritrovare tra le pagine dei libri.
Ho imparato con i piedi
Maurizio Maggiani
Camminatore
Maurizio Cucchi
A ciascuno il suo Cammino

A piedi nudi nel cuore di Roma Bikila, metafora del nostro mondo

Freedom of Movement è il nome della regola che permette ai cittadini dell’Unione Europea di trasferirsi e accedere ad alcuni servizi di welfare del paese nel quale si trovano. “Libertà di movimento” però è anche un concetto molto più ampio e una combinazione di parole che ricorrono infinite volte quando si parla di progresso civile, democrazia, convivenza. Immaginiamo che lo avessero ben presente Nina Fischer e Maroan el Sani quando lo hanno scelto per la loro opera, esposta in questi giorni al MAXXI di Roma. L’opera parla di sport, architettura, immigrazione, ma soprattutto allude all’immagine del movimento – quello del giovane rifugiato che attraversa Roma a piedi nudi come Bikila – come metafora di conoscenza e integrazione. Il protagonista del video si muove velocemente a piedi tra i monumenti, le strutture sportive, la spiaggia. L’idea che correre e camminare non fossero solo strumenti di espiazione o di allenamento comincia ad affacciarsi sulla scena artistica e letteraria alla fine degli anni ’50, vale a dire in una fase in cui oltre all’entusiasmo l’espansione della tecnologia comincia a generare anche qualche sospetto, o almeno il bisogno di qualche contrappeso. Se non vogliamo andare indietro fino ai flaneur parigini e alla teoria dell’andatura di Balzac, già allora un metodo di studio del rapporto tra l’individuo e lo spazio, uno dei primi episodi moderni del camminare come dispositivo creativo e di lettura del mondo è La lunga strada di sabbia di Pier Paolo Pasolini, del 1959. Per comporre una narrazione del paese Pasolini ne segue la costa lungo tutta la sua estensione, prima da nord a sud sul Tirreno e poi risalendo lungo l’Adriatico. Viaggia su una Fiat Millecento, ma scende spesso per camminare sulle lunghe spiagge e dar forma alle sue impressioni: «ora cammino per la spiaggia del Cinquale, fra tutte queste memorie contro quel po’ po’ di sfondo dei monti della Versilia…». Nell’arte il primo a fare del camminare il cuore della sua opera è Hamish Fulton, un artista britannico che dal 1972 – siamo all’apice dello scontro tra technotopia e technophobia - limita la sua produzione a lunghe esperienze di percorsi a piedi. I suoi cammini durano fino a un mese, vanno spesso «da costa a costa», per esempio in Islanda, si legano ai cicli lunari, non lasciano sul campo nessuna traccia materiale, né raccolta né tantomeno prodotta. Vent’anni dopo è un gruppo di architetti e artisti romani, gli Stalker, a ispirarsi a una frase di Tarkowski su come i luoghi sono definiti dalla nostra presenza e a trasformare il camminare in una pratica artistica ossessiva, un metodo di conoscenza urbanistica, una forma di movimento che si alimenta facilmente di ideologia e di storia. Dopo anni di walking experiences uno dei fondatori del gruppo, Francesco Careri, pubblica una specie di manifesto del camminare come forma di arte, Walkscapes . Camminare come pratica estetica (2006), mettendo in luce precedenti e riferimenti che ci fanno ancora comodo nell’osservare la Freedom of Movement dei due artisti tedeschi. Siamo ormai alla fine del secolo scorso, e i segnali sporadici del mondo artistico si trasformano presto in un’inattesa popolarità di “cammini” di ogni genere: dall’invasione inarrestabile di Compostela alla Francigena a decine di altri tracciati. I quali, ben connessi, permetterebbero di percorrere tutta l’Europa Centrale e meridionale senza mai uscire dai percorsi tracciati. Nel 2002, mentre tutta la mia generazione si gode truculenti racconti ballardiani ambientati negli svincoli autostradali della M25, un piccolo gruppo di avventurieri culturali (artisti, film-makers, scrittori) guidati da Ian Sinclair decide di percorrere a piedi tutti i 150 km del raccordo londinese, esplorandone ogni anfratto. Ne nascono un libro e un film, London Orbital . A piedi attorno alla metropoli, che racconta dal vero i paesaggi horror fantasticati da Ballard. Ovviamente ciò che vale per il camminare può valere anche per la corsa, che peraltro permette di allargare il raggio quotidiano d’azione del podista. Già il Tom Hanks di Forrest Gump ci aveva fatto riflettere sul potenziale metafisico della corsa, poi è toccato a Murakami Haruki ( L’arte di correre , 2007) insistere sul tema e spingersi fino a correre l’ultramaratona. La sfida, come nel caso degli artisti tedeschi, è riportare con più nettezza la corsa e il movimento dentro l’ambito dell’espressione artistica, e del punto di vista sulla realtà.

*Senior Curator MAXXI Architettura


[Numero: 71]