e se vince Marine

Ciò che gli euroburocrati non dicono: oltre all’Erasmus c’è di più

LAPRESSE

«Questa non è l’Europa, questa è l’Unione Sovietica Europea!» insieme a «La Ue è la prigione dei popoli» sono tra gli anatemi più ricorrenti nei comizi di Marine Le Pen.  

 

 

Frasi ad effetto come queste riscuotono solitamente grandi applausi tra i suoi sostenitori, ma da alcuni anni a questa parte sono largamente condivise anche tra chi non voterebbe mai Madame Le Pen. Perché questa istituzione sovranazionale chiamata Europa è tanto invisa alle persone comuni, francesi e non? Quali colpe ha davvero l’Unione per meritarsi un simile trattamento e quali, invece, sono solo frutto di pura propaganda? È vero, l’Unione Europea è stata troppe volte associata solo ad asfittiche dispute sullo zero virgola nei conti pubblici e a regole incomprensibili sulla grandezza delle zucchine. I media, certamente, hanno le loro responsabilità nell’aver dipinto Bruxelles come la centralina di controllo di un organismo burocratico senz’anima, ma forse anche le stesse istituzioni europee (compresi i capi di Stato) dovrebbero fare autocritica. Spesso vengono fatti annunci trionfanti per decisioni e direttive i cui effetti saranno visibili solo molti anni dopo. 

 

È vero, l’Unione Europea è stata troppe volte associata solo ad asfittiche dispute sullo zero virgola nei conti pubblici e a regole incomprensibili sulla grandezza delle zucchine. Ma l’idea di una Europa «prigione dei popoli», mal si coniuga ad esempio con la tessera sanitaria che ogni cittadino europeo tiene in tasca e che gli consente di farsi curare in qualsiasi Paese Ue.  

 

Nel frattempo, se non saranno finite nell’oblio, sicuramente saranno finite le speranze di toccarne con mano gli effetti pratici. Il caso della cancellazione del roaming è, in questo senso, un caso di scuola. Sei anni di annunci e aspettative e, ancor oggi, se si varcano i confini nazionali, arrivano i salassi delle compagnie telefoniche. Sorte simile anche per i fondi strutturali: solitamente vengono annunciate cifre a nove zeri, di cui però anche il cittadino meno distratto perde le tracce per anni.  

 

Criticare l’Europa è facile, è sufficiente un tweet per additare gli #euroburocrati, mentre non bastano 140 caratteri per spiegare le procedure spesso complesse che regolano la convivenza tra 27 Stati. Pur usando molta fantasia, resta difficile però pensare che «l’Unione Sovietica Europea», ad esempio, possa varare 2,5 miliardi per la banda larga ultraveloce o milioni di finanziamenti per imprese o edifici bio-sostenibili, dai mulini a vento di nuova generazione nei boschi finlandesi alle eco-case nelle periferie francesi. Così come non si coniuga bene l’idea di una Europa «prigione dei popoli», grazie alla quale, però, ogni cittadino può avere in tasca una tessera sanitaria che gli consente di farsi curare in qualsiasi Paese Ue, giusto per fare un altro esempio.  

 

Ma in quanti sanno che queste conquiste le dobbiamo all’Europa? E in quanti sanno che è grazie a Bruxelles se abbiamo i giocattoli più sicuri o il cibo più controllato del mondo? Sono tantissimi gli ambiti in cui l’Unione Europea ha portato vantaggi per i cittadini. Solo che, tolto l’arcinoto Erasmus, di queste cose non si sa nulla. Anzi, spesso i cittadini, inondati di retorica antieuropeista, pensano che l’Unione sia solo un costo, una tassa occulta, mentre in realtà il lavoro dei famigerati burocrati di Bruxelles costa ad ogni cittadino europeo soltanto 1,40 euro al mese, come un litro di latte o un chilo di mele.  

 

Sono tantissimi gli ambiti in cui l’Unione Europea ha portato vantaggi per i cittadini. Solo che, tolto l’arcinoto Erasmus, di queste cose non si sa nulla. Anzi, spesso i cittadini, inondati di retorica antieuropeista, pensano che l’Unione sia solo un costo, una tassa occulta, mentre in realtà il lavoro dei famigerati burocrati di Bruxelles costa ad ogni cittadino europeo soltanto 1,40 euro al mese, come un litro di latte o un chilo di mele.  

 

Magari, se sapesse meglio dove finiscono i suoi (seppur pochi) quattrini, forse il cittadino medio sarebbe meno incline a credere a una delle più grandi campagne di fake news della storia recente, come quella scatenata contro l’Europa. In attesa di avere finalmente una «Casa Europa» in ogni grande città (una specie di sportello unico aperto a tutti, in cui l’Europa prende connotati umani e ognuno può avere il suo momento di attenzione), forse un buon modo per festeggiare il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma sarebbe lanciare una campagna #BastaBufale sul modello pensato in Italia contro la disinformazione on-line. Sarebbe un gran bel regalo per quest’Europa, ma soprattutto per i cinquecento milioni di cittadini che ci abitano.  

 

Nel frattempo, anche Oltralpe, c’è chi sta provando a invertire la narrazione: Emmanuel Macron, l’outsider, non fa un’apparizione pubblica senza avere accanto la bandiera blu con le stelle gialle. Perché le parole sono importanti, certo, ma i simboli non sono da meno. 

 


[Numero: 70]