e se vince marine

L’euro? Un vero incubo. Ma indietro non si torna

Il primo gennaio del 2002 Nicola Scarlatelli lo ricorda benissimo. Era nel suo capannone alla periferia di Torino, ad aggiornare i listini dei prezzi, dalle lire all’euro. «Un incubo», sorride. Alberto Maria Barberis, invece, stava finendo il servizio civile. «Quel giorno ero a sciare in Francia, è stato stranissimo. Avevo cambiato i soldi in banca, ho pagato con le nuove monete, era tutto nuovo».

Due imprenditori, generazioni diverse. Il primo, che all’inizio degli Anni Settanta ha fondato la Samec, progetta, sforna e vende alberi di precisione, bloccaggi pneumatici, mani di presa. Parallelepipedi d’acciaio e viti fatti di sudore e tecnologia che partono dal Piemonte e viaggiano per il mondo: il Portogallo, la Germania, ultimamente anche la Corea del Sud. Il secondo, ingegnere appena quarantenne, laurea in ingegneria, una decina d’anni fa in un sottoscala ha messo in piedi Protocube, start-up che utilizza la stampa in tre dimensioni per creare modelli, rendering e animazioni.

L’idea s’è trasformata in business, l’azienda è entrata a fa parte del gruppo Reply, quotato in Borsa, e lui è rimasto alla guida. Scarlatelli e Barberis vivono a pochi chilometri, ma appartengono a mondi differenti. Eppure, per entrambi, le parole chiave della crescita sono due: innovazione ed export. E adesso che vedono l’euro minacciato dalle picconate di Marine Le Pen e ascoltano le tentazioni di qualche collega che rimpiange la lira e le «svalutazioni competitive», giurano: meglio questa moneta con poca anima di un balzo all’indietro che, visto da qui, dal Nord-Ovest uscito a fatica dalla recessione, ha l’aria di essere pericolosissimo.

La svalutazione è un falso mito

«Sono convinto che, nel passaggio dalla lira all’euro, ci siano stati degli errori di valutazione. Ma tornare indietro, soprattutto sulle nuove generazioni avrebbe un impatto terribile - spiega Scarlatelli -. Vado spesso in Germania per motivi di lavoro, per quanto mi è possibile cerco di evitare la Svizzera perché il franco è un fastidio. I confini per le imprese sono un limite, la moneta unica ti dà un senso di libertà. Arrivo ad Amburgo, pago in euro, mi sento a casa». Non solo. «Quando parlo con i miei clienti mi raffronto con la concorrenza in base ai prezzi. E anche nelle trattative con Corea del Sud, Brasile, Argentina, il riferimento rimane comunque l’euro».

Però qualcuno sostiene che tornando al cambio flessibile, le aziende italiane sarebbe più competitive, no? «Mica il Giappone ha un gran successo, con il suo yen che fluttua all’inverosimile». La svalutazione è un falso mito, dicono gli economisti: si può controllare il prezzo della valuta, ma non quello di beni e servizi. Il think tank Bruegel ha messo in fila una serie di dati che riguardano il nostro Paese. Risultato: tra il 1979 e il 1999 (quando fu fissata la parità definitiva fra euro e lira), nonostante le svalutazioni i benefici in termini di crescita economica sono stati minimi, e l’occupazione sostanzialmente non si è mossa.

Ecco perché la battaglia di Le Pen preoccupa anche Barberis. «Se vince, per noi, è un botta più forte di quella ricevuta con la Brexit. Gli inglesi, in qualche modo, sono sempre stati percepiti come un po’ isolati. La Francia, nonostante un senso patriottico che qui non c’è, è differente». Per uno cresciuto col mito di Silicon Valley, in questo momento, servirebbe ancora più Europa. «Bisognerebbe creare una federazione. Sono stato in visita al Parlamento europeo. I nostri deputati, esattamente come quelli degli altri Paesi, sono lì per difendere i diritti della singola nazione. Dovrebbero discutere di Unione, invece parlano di territorio. Negli Usa gli stati si sostengono». E dunque? «Le imprese italiane non hanno la forza di tornare indietro.

Se dicessimo addio all’euro esportare sarebbe difficilissimo, l’instabilità ci farebbe male nonostante l’abitudine a reinventarsi, che all’estero non è così forte. Rischiamo di implodere». Dice Barberis che, dopo anni di globalizzazione anche selvaggia, pur svalutando, oggi competere con i cinesi e l’Est asiatico sarebbe comunque impossibile. «Lì il costo del lavoro è bassissimo, ci sono meno controlli. Ecco perché serve un’Unione più forte, e non questa». La sua Protocube, racconta, sta investendo molto per uscire dai nostri confini. Esporta progetti, conoscenza, una certa idea di futuro. «Quando vai in America, ancora oggi, ti percepiscono come italiano, non come europeo. Bisogna spingere su questo: l’identità comune non c’è». E’ un problema. E l’Unione, spiega, per adesso ha fatto poco. La lista delle lamentele si può allungare finché si vuole: scarsa coesione nel tutelare le aziende dalla concorrenza sleale, un sacco di vincoli. «Tutti giocano in difesa, nonostante i correttivi e i discorsi degli ultimi giorni, sembra non ci sia la volontà di accelerare», dice Barberis.

Acquistare con la lira sarebbe una follia

Il salto nel vuoto, però, sarebbe un pericolo enorme. Lo conferma Scarlatelli, uno che in ufficio, sul muro, ha appeso un foglio A4: «Dietro ogni problema si nasconde un’opportunità». Stavolta, garantisce, non è così. «A noi imprenditori non avere più l’euro farebbe paura, perché oltre a vendere io compro. Si immagina tornare ad acquistare il petrolio con la lira? E l’acciaio? Mi rifornisco all’estero per gran parte delle materie prime, che potere contrattuale potrei avere con la lira? Saremmo tagliati fuori».

C’è un altro tema: le alleanze e i rapporti tra aziende, che hanno superato i confini. «Verso gli Anni Novanta i gruppi hanno iniziato ad aggregarsi, a fondersi - spiega-. Bisogna fare massa critica, su ogni aspetto. Cresce chi fa rete, da soli non si va da nessuna parte. Nel 1974 i miei clienti erano in Borgo San Paolo, nell’80 a Grugliasco, nel decennio successivo nel resto del Piemonte. Oggi vendo in Sudamerica, come posso pensare di tornare indietro? Significherebbe aver perso trent’anni».


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