e se vince Marine

Come se avessero perduto la guerra

Fra tutti i Paesi d’Europa occidentale, la Francia è quello che oggi soffre di più. Si aggira nel mondo impaurita, come avesse smarrito un’ennesima volta l’Alsazia e la Lorena. È abitata da tristezze, da tormenti, che ricordano in certi momenti l’umiliante crisi delle coscienze prodottasi dopo la vittoria tedesca del 1870. Si comporta come se avesse perduto una guerra, come se una qualche disfatta l’avesse segretamente diminuita, trasformata. I suoi governanti sono decisi a entrare nella Moneta Unica, compiono i massimi sforzi per riuscirvi, ma gli individui faticano a capire, a seguire.

Non erano preparati alle grandi mutazioni che sono avvenute negli equilibri del vecchio continente dopo la caduta del muro di Berlino. Non erano preparati a quest’Europa che nel giro di sette anni ha smesso di ruotare attorno al trono della Francia, ha cominciato a ruotare attorno alla riunificata potenza tedesca, e che preferisce ormai le nazioni con forte vocazione economica alle nazioni con vocazione più politica, o militare. […]

L’orrore dell’economia è all’origine dell’immane rivolta che avvenne nel novembre-dicembre ’95… Il medesimo orrore dell’economia spiega il progredire del neofascismo di Le Pen, che di questo panico si nutre abbondantemente e su di esso ha costruito le proprie fortune. La paura di chi si sente tagliato fuori dalla mondializzazione, dai progressi dell’Europa di Maastricht, dalle sicurezze dell’impiego. La paura di chi vuol punire una élite tecnocratica sospettata di abbandonare la nazione, in nome dell’Europa. Forme analoghe di panico affiorarono ai tempi di Weimar, nelle classi medie e salariali minacciate da povertà, da disoccupazione, e il socialnazionalismo di Le Pen ha non pochi punti in comune con il socialismo nazionale di Hitler. Molti francesi vivono la condizione degli emarginati rancorosi descritti a quei tempi da Hans Fallada: E adesso, pover’uomo? Anche il romanzo del loro Orrore Economico potrebbe intitolarsi così, in questo fine millennio.

Secessione geografica, nel Mezzogiorno francese. Secessione sociale, attraverso gli scioperi. Secessione morale, contro l’Europa di Maastricht e contro una élite che sembra completamente cieca oltre che afasica, e completamente rimbecillita, incapace. I socialisti hanno mostrato di non aver appreso nulla sui propri fallimenti passati e sullo stato d’animo del proprio Paese. Le destre moderate non capiscono nulla del Mezzogiorno francese, impelagate come sono negli affarismi e nelle mafie locali. Né i socialisti né le destre moderate, infine, hanno occhi per vedere il nuovo Orrore Economico, che divora gli animi della Francia profonda. Questa rivolta neofascista contro le élites parigine e contro l’Europa di Maastricht non nasce in regioni tradizionalmente di destra, legate al passato fascista della Francia di Vichy. «Nasce in un Midi che per oltre un secolo è stato rosso». Nel Sud divenuto bruno o nelle periferie della capitale, Le Pen sradica antiche consuetudini socialiste, comuniste, e conquista prioritariamente l’elettore disoccupato, poi l’operaio, infine il piccolo commerciante.

Mi dice Bernard Perret, studioso della fine del lavoro, che precisamente questo è il malessere di cui i francesi soffrono più di ogni altra nazione in Europa occidentale: questa fine del lavoro classico e questa disoccupazione irriformabile, che è alla base del loro senso di declino nazionale. «Altre nazioni possono convivere più facilmente con un lavoro che va trasformandosi, che si fa ovunque più precario e più mobile, che smette di funzionare sull’unità di tempo di luogo e di azione, come nelle tragedie antiche», spiega Perret, «mentre per la Francia è un autentico trauma nazionale, psicologico. La sua identità infatti è storicamente fondata sul lavoro: sul lavoro che emancipa l’individuo dalle comunità fraterne o familiari, dalle appartenenze di etnia o di religione, e che dà sostanza a quell’altro elemento di integrazione sociale che è la laicità. Il lavoro prolunga la rivoluzione del cittadino libero, conferisce a quest’ultimo una dimensione sociale, e il suo venir meno disintegra la nazione, la rende vulnerabile». Di qui il fascino esercitato dal Fronte, che incarna la nostalgia incollerita dell’individuo rivoluzionario che si sente perduto.


[Numero: 70]