politica e violenza la lezione del 77

Il giorno in cui esplose Bologna

Il vulcano sociale è di nuovo in eruzione nel ’77 e questa volta si può anche avere l’impressione che “la prateria abbia preso fuoco”, che la sovversione vada estendendosi dal Nord al Sud, dalle città alle province. La parola autonomia appare in tutte le cronache. Autonomia come area politica e compagno come appartenente a quell’area, ma poco di più perché non c’è organizzazione politica o militare unificata, non c’è il partito armato, ma una confederazione rissosa di arrabbiati e di emarginati, di intellettuali in cerca di potere, di ultimo operaismo e anche di “oscura canaglia”.

Con due anime, una insurrezionalista, l’altra esistenzialista: violenza e fantasia, la conquista dello stato e la liberazione dei desideri “voce, musica, orgasmo, lotta, questa è pura dinamite”, come dice il marinettismo che riemerge. Autonomia è un’etichetta che può essere attaccata sui contenuti più diversi pur che siano “violenti” e “contro”. Sono autonomi quelli del gruppo Chen Po Ta che “spazzano” i capannoni della Fiat con i loro cortei di lotta e lo sono i professori milanesi di architettura che studiano le “gabbie capitalistiche” del territorio o i neomarxisti che lavorano con Sergio Bologna nella rivista “Primo maggio”; sono autonomi i portuali genovesi, aristocrazia operaia conservatrice, e lo sono i contrabbandieri di Napoli che dicono: “Il contrabbando non si tocca”.

Le prime avvisaglie dello scontro si hanno a Bologna nel gennaio del ‘77 quando il sindaco comunista Zangheri, sin lì intoccabile, incriticabile, viene dileggiato e insultato alla presentazione di un suo libro. Ma la battaglia campale è a Roma il 17 febbraio quando Lama, il leader della Cgil, decide di tenere un comizio nella università occupata. Il discorso di Lama cade in un silenzio di tomba, fin quando un gruppo di studenti lancia contro il palco palloncini pieni di acqua colorata, gialla e rossa; allora i picchiatori del sindacato partono alla carica. Lama, scortato da venti compagni, deve mettersi in salvo mentre si accende una lotta dura, sanguinosa con il servizio d’ordine arroccato attorno al palco come al carroccio. Interviene il servizio d’ordine del Partito comunista ma anche esso è debellato dalla furia autonoma: si assiste a uno spettacolo inedito nelle lotte sociali italiane, al rovesciamento visibile, emblematico degli schieramenti, i comunisti protetti dalla polizia.

Lo stesso 12 marzo esplode Bologna, in modo imprevedibile per chi non ci abita, per chi crede ancora nella assoluta egemonia del Pci. Invece nel centro della città, nel quartiere universitario, si è formata una sacca di rabbia e di scontento, gli autonomi partono in corteo per via Irnerio. I carabinieri cercano di bloccarlo, uno di essi, non sai se duro o spaventato, spara ad altezza d’uomo e colpisce a morte lo studente Francesco Lorusso di Lotta continua. È la rivolta. I giovani infuriati danno alle fiamme il Cantunzein, ristorante di lusso frequentato dal sindaco, saccheggiano un’armeria, alzano delle barricate. Il grande Partito comunista perde la testa, condanna i rivoltosi ma anche l’intervento della polizia, fin che la direzione del partito manda il compagno Cervetti a imporre la linea dura: polizia e carabinieri hanno la piena solidarietà del partito, gli autonomi e gli altri sono dei provocatori.

Arriva tutto a Bologna in quel settembre: gli autonomi con la P38 e gli osservatori delle Br, gli studenti delle scuole medie, che vogliono fare i grandi e giocare alla sovversione, e i loro parenti che prenotano le stanze negli alberghi del centro e usciranno la sera per andare a vedere i loro figli che danzano attorno ai falò e dormono sotto i portici nei sacchi a pelo; ci sono la Macciocchi, Dario Fo, Felix Guattari, Alain Guillaume e altri sociologi e filosofi francesi convinti di avere piena licenza di sentenziare su ciò che ignorano, e c’è Mimmo Pinto, leader dei “disoccupati organizzati” di Napoli, più una folla di diciottenni venuti per far l’amore, fumare spinelli e mangiare panini di mortadella. Per una settimana una grande nobile città italiana viene messa a disposizione, dal permissivismo o dalla sapienza borbonica delle superiori autorità, di una sperimentazione social-rivoluzionaria soprattutto verbale, ma con rischi estremi. Come dice il segretario della federazione socialista, “potrebbe succedere che un autonomo vestito da poliziotto spari sugli studenti, come che un poliziotto vestito da autonomo spari sui carabinieri”.

La città comunque fa fronte non tanto perché il Pci vi dispone di un apparato paramilitare o “d’ordine”, quanto perché la Bologna dei bottegai e dei commercianti decide di farne un affare, accoglie i giovani con tranquilla bonomia, li disarma psicologicamente: che senso ha far la rivoluzione in una città dove tutti sono cortesi e disponibili? C’è anche il fatto che il Movimento più cresce in numero e in frastuono e più si divide: di fronte a quelli di autonomia organizzata che alzano il mirino, di fronte ai feriti e ai morti del ’77, la parte moderata sta prendendo le distanze: c’è un istinto di conservazione borghese che fa capire ai ragazzi di buona famiglia che è venuto il momento di defilarsi.


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