politica e violenza la lezione del 77

Senza filtro: con Alice e le sue sorelle era nato il giornalismo dell’istante

Lo studio di trasmissione di Radio Alice ricavato da un sottotetto di via del Pratello 41. Su un tavolo di tubi di ferro, alle voci in diretta si mescola un fiume incontenibile di energia musicale. Foto: Fabio Pancaldi (Dalla mostra “Qui, radio Alice”, Bologna)

Sono entrati, sono entrati… Siamo con le mani alzate, sono entrati, siamo con le mani alzate. Ecco stanno strappando il microfono…». Una registrazione gracchiante, concitata, autentica. Che ancora oggi, 40 anni dopo, mozza il fiato. Chiudi gli occhi e ti sembra di esserci anche tu là dentro, un attimo prima che venga staccata la spina e tutto finisca in un assordante silenzio. Un tavolo assemblato con dei tubi di ferro incastonato in un bilocale in via del Pratello 41 a Bologna. Con attorno microfoni e giradischi, cavi e posaceneri, ideali e ideologia, curiosità e passione.

Eccola l’immagine simbolo della simbiosi, multiforme e sfaccettata, tra la radio e i movimenti del ’77. Una simbiosi che tocca il suo apice, violento e drammatico, la sera del 12 marzo 1977, con l’irruzione in diretta della polizia nella sede di Radio Alice per interrompere le trasmissioni, sequestrare le attrezzature e arrestare i presenti. L’accusa è quella di pilotare gli scontri di piazza successivi all’uccisione del militante Francesco Lorusso.

Tutto on air, tutto live. “Senza filtro”. È questo il mantra di Radio Alice, inaugurata l’8 febbraio dell’anno 1976 con “The Star Spangled Banner” di Jimi Hendrix sparata a tutto volume come inno alla libertà. Non c’è palinsesto, non c’è redazione, non c’è dizione: il microfono è aperto a chiunque abbia qualcosa da dire.

Tutto on air, tutto live: una testimonianza audio che entra come un cazzotto nelle case di una città in rivolta. Con l’etere, libero dai lacci del monopolio di Stato, diventato giorno dopo giorno megafono di sogni e istanze, proteste e proposte, sperimentazioni teatrali e mutamenti di linguaggio. In un circolo virtuoso tra Dams e osterie, piazze e luoghi di elucubrazione artistica. Come è ben raccontato con immagini inedite e testi evocativi, nella mostra “Qui Radio Alice”, allestita fino al 12 marzo nel “Quadriportico Roncati” a Bologna. “Senza filtro”. È questo il mantra di Radio Alice, inaugurata l’8 febbraio dell’anno 1976 con “The Star Spangled Banner” di Jimi Hendrix sparata a tutto volume come inno alla libertà. Non c’è palinsesto, non c’è redazione, non c’è dizione: il microfono è aperto a chiunque abbia qualcosa da dire.

Con le sue parole, il suo accento e la sua grammatica. E non solo: il telefono diventa mezzo cruciale, canale privilegiato con cui entrare in diretta e far circolare idee e opinioni, informazioni e proclami. L’ascoltatore diventa contenuto, cellula vitale e democratica di una programmazione destrutturata e che mette al centro la persona. «Le radio indipendenti hanno realizzato la nuova figura del corrispondente a gettoni! – scriveva Umberto Eco – È un ragazzo qualsiasi, magari informalmente legato alla radio, che entra in una tabaccheria, acquista dieci gettoni e informa in diretta la radio di quello che sta vedendo. È una rivoluzione nella tecnica del giornalismo, abbiamo un giornalismo dell’istantaneo».

Ma la rivoluzione in corso, nel mondo della comunicazione, è ben più ampia. Dopo gli esperimenti di Danilo Dolci nel Belice, nel 1970 con Radio Libera Partinico accesa per 26 ore prima del sequestro dei trasmettitori, e del regista Roberto Faenza sotto le Due Torri, nel 1974 con Radio Bologna per l’accesso pubblico andata in onda per sette giorni come emittente “pirata”, una sentenza della Corte Costituzionale dà il via alla stagione delle radio libere. La pioniera, in assoluto, è Radio Parma, che inizia le trasmissioni il 1° gennaio 1975, per volere di Virginio Menozzi, un vulcanico imprenditore emiliano.

Tra i primi a presentarsi per un provino, chitarra alla mano, è un giovane cantautore alto e magro, che subito stupisce per il suo talento in conduzione: si chiama Mauro Coruzzi e diventerà poi famoso al grande pubblico con il nome di Platinette. Nel giro di pochi mesi dal nord al sud del Paese è un continuo sorgere di radio: da una parte le commerciali, dall’altra le cosiddette radio libere. Le prime che puntano all’intrattenimento, le altre alla controinformazione, con la politica, l’impegno sociale, le nuove sonorità pescate in giro per il mondo.

«Una differenza tra quei tempi e l’oggi è che allora c’era più voglia di stare assieme, più partecipazione», ha commentato recentemente Francesco Guccini

Per entrambe una stretta presenza sul territorio e una vorticosa esplosione di creatività. «Una differenza tra quei tempi e l’oggi è che allora c’era più voglia di stare assieme, più partecipazione», ha commentato recentemente Francesco Guccini sulle pagine bolognesi di Repubblica, raccontando di come nel 1977 dopo qualche prova di trasmissione lui, Lucio Dalla e Franco Bonvicini, il celebre Bonvi di Sturmtruppen, decisero di abbandonare il progetto di una nuova emittente chiamata Marconi & company , «Un po’ per solidarietà con la chiusura di radio Alice che consideravamo una cosa ingiusta, un po’ perché il clima era tesissimo, al limite del respirabile. La polizia controllava tutto, intercettava le telefonate, sembrava di stare dentro una cospirazione. Un giorno sentimmo proprio Bonvi che parlava con Red Ronnie in una lingua allusiva che pareva in codice. A quel punto io, Dalla e il resto dei fondatori ci siamo detti: lasciamo perdere, va là».


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