politica e violenza la lezione del 77

Quattro amici e una banda armata oggi farebbero un gruppo su WhatsApp

Il mio personalissimo ’77 si chiude, in dicembre, con il ricordo di una panchina, in un parco cittadino. Una compagna di scuola mi ha invitato a partecipare alla riunione fondativa di una rivista anarchica. Le chiedo: dove? Mi risponde: nella nostra sede. La sede è la panchina; si accede senza tessera, senza “badge”, proprio come piace ancora oggi all’Autonomia bolognese. In quella riunione io sono il più giovane, 13 anni appena, gli altri, pochi di più.

Eppure mi paiono dei saggi, mi sembra che abbiano in mente le idee giuste per cambiare questo mondo, per fermare lo strapotere delle multinazionali, l’imperialismo americano e i metodi di Kossiga (con le consonati centrali che evocano le SS naziste). Io, naturalmente, non proferisco parola, neppure quando arrivano i carabinieri e, spianando il mitra, ci chiedono i documenti. E anche i militi sono poco più vecchi di me: il loro dito, sul grilletto, trema. Ci chiedono cosa facciamo lì; uno dei “saggi”, con frase scontata, risponde che non è vietato sedersi sulle panchine.

Una scintilla ed è già tensione. Poi, la mia compagna dice che sua madre è segretaria del Prefetto, i carabinieri controllano: è vero. Le restituiscono il documento, aggiungendo, con amarezza, «Tu sei un’intoccabile»; e se ne vanno. Non so se ci sia stata una seconda riunione; io, alla panchina, non ci sono mai più andato. Di quei ragazzi non ricordo il nome, o il volto, ed è per questo che ogni tanto mi chiedo se qualcuno di loro abbia fatto “Il salto di qualità”, se qualcuno sia passato alla lotta armata. Se raccontassi questo dubbio ai miei studenti, loro mi guarderebbero come un piccolo mitomane, come uno che cerca di gonfiare un episodio banale per cercare a tutti i costi di entrare nel dramma degli anni di piombo.

Ma come spiegare loro quanto fosse breve, allora, il viaggio da una “panchina anarchica” alla clandestinità? Forse bisognerebbe che leggessero L’Italia nichilista di Corrado Stajano, e che con Stajano entrassero nelle pieghe di quel mondo borghese in cui, in una stessa famiglia, potevano convivere Carlo Donat-Cattin, ministro democristiano, e suo figlio Marco, terrorista di Prima Linea. O forse potrebbero leggere Vite sospese di Novelli e Tranfaglia, in quei passaggi dove Paolo Zambianchi e Sandro Nitta, protagonisti dell’ultima stagione di sangue, raccontano di come fosse quasi naturale la transizione dall’impegno cattolico agli omicidi.

Sì, rileggere gli anni di piombo non nei fatti di cronaca, o nelle dichiarazioni politiche, ma nelle storie private, per capire che quegli anni non possono essere riassunti soltanto sotto la sigla BR, per capire come la galassia terroristica fosse composta, specie dopo il ’77, da decine di gruppuscoli. Parlare agli studenti di quando quattro amici non formavano un gruppo su WhatsApp, ma una banda armata di P38 e soprattutto di straordinaria ferocia giovanile. Raccontare loro quella stagione di passioni estreme, dove persino i cattolici erano rivoluzionari: occorre continuare a farlo, per restituire sfumature alla Storia, per non ripetere gli stessi errori e per spiegare che la sconsiderata spietatezza dei vent’anni è una delle chiavi per comprendere anche il terrorismo di oggi.


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