politica e violenza la lezione del 77

Poco Marx e molti desideri: così il ’77 ha rovesciato il ’68

«In Italia c’è stata un’estetizzazione del ’77», sostiene Luca Falciola, che ha da poco scritto un saggio su Il Movimento del 1977 in Italia (Carocci); “l’estetizzazione” è una premessa interessante per discutere di un anno sul quale in Italia s’è detto e scritto di tutto, ma quasi sempre privilegiando la memorialistica, il racconto più o meno biografico o autobiografico, la censura o l’autocensura o la mitizzazione postuma, addirittura. Falciola è nato nel 1982, quindi è anagraficamente fuori dalla sacca di racconto degli ex (dell’Autonomia, o di Lotta Continua, che pure era già morta da un biennio, o persino dagli ex del Pci). E fa ricerca in America, lontano dall’Italia (alla New York University). Per lui, scherziamo, studiare il ’77 è più o meno come studiare il medioevo.

Ecco la prima cosa che vorrei chiederle, passati quarant’anni dall’annus horribilis, è possibile infine cominciare a farci storia?

«Io non c’ero, e questo mi mette forse in una posizione vantaggiosa. Faccio, spero, il lavoro di un medico che fa una vivisezione su un corpo morto. La vicenda degli Anni 60 e 70 in italia deve transitare dalla memoria alla storia, secondo me, e ora è passato abbastanza tempo almeno per tentare. Il raffreddamento delle ideologie, da questo punto di vista, aiuta. Il racconto degli ex è stato fatto di censure, autocensure, memorie cariche di emozioni, indulgenze. E soprattutto, c’è stato un eccesso di estetica, in Italia, su questi argomenti».

Il 77 ci è stato comunque narrato con rimpianto. Sia dagli ex dell’Autonomia, sia dalla filiera di Lotta Continua, cose peraltro molto diverse; e anche da chi transitò dalla Fgci. In fondo vi fu persino D’Alema, per dire, in quell’anno. Percorsi anche abissalmente distanti, ma accomunati da un tasso di narcisismo rabbrividente. Sarà per questo che continuiamo a non mettere a fuoco benissimo?

«Il 1977 ci è stato di solito raccontato come pieno di poesia, maledettismo, premonizioni, ingenuità, esibizionismo, con toni romantici, metafore seducenti. Film, fumetti, fiction, romanzi. Il che ci acceca».

Come se il 77 fosse una cosa cinematografica. Il Mucchio selvaggio di Peckinpah.

«Ecco. Io proverei a stanare le memorie dall’ambito del sacro, come

diceva Pierre Norat». Tra le tante anime del 77, per quanto sia difficile riassumere, quale fu prevalente, secondo lei?

«Direi un’antinomia di fondo: chi credeva alla possibilità di una rivoluzione, comunque fosse, nel solco marxista, e chi invece immaginava una liberazione attraverso l’arte, il desiderio, il sesso, la scoperta anche dell’omosessualità, o della bisessualità, o rivendicando l’ozio e il diritto al lusso, o le pulsioni, il corpo. Il 77 per la prima volta supera gli ideali della sinistra tradizionale. Dentro il mondo dell’ex Lotta Continua, tutto questo è evidente e esemplare».

Il 68 e il 77 sono speculari e forse opposti, in questo.

«Il 68 ha un livello di dogmatismo e ideologismo del tutto sconosciuti al 77, questo è vero. Il 77, quali che siano gli esiti dei vari gruppi, presenta una costante che accomuna il magma: il catechismo ideologico ha stufato».

Il 77, uno potrebbe dire gramscianamente, ha un forte aspetto di prassi. Però poi si spara, anche. C’è un precipitare di episodi violenti che non sono scissi da queste prassi.

«In quell’anno sicuramente si condensa un livello di violenza mai sperimentato in Italia. Però ci sono livelli, finalità e metodi di violenza che sono, in parte o in tutto, diversi. Io terrei distinti i due piani, le Br, da una parte, e chi spara in manifestazione con la P38 contro il primo poliziotto che capita. Quest’ultima è una violenza che a quel tempo è largamente giustificata, non solo dentro pezzi di movimento, perché considerata comunque espressione di bisogni. Questo va capito, altrimenti o facciamo santini ideologici, o si schiaccia tutto su un’unica violenza, quella marxista leninista delle Br».

Il Pci, anche prescindendo dall’episodio di Lama preso a bulloni alla Sapienza, ha un atteggiamento attestato di grande sordità, anche generazionale. Ma quanto, poi, sordità totale? Certo, non vedono arrivare tutto questo, c’è chi dice che ne sono in parte la causa. Ma forse non va rivista anche questa colpevolizzazione del Pci?

«L’atteggiamento prevalente attuale è ancora colpevolizzare il Pci. Però, guardando i documenti di quei mesi, le discussioni nel partito avvennero eccome: la sordità del Pci a mio avviso va ridimensionata».

Quali sono gli episodi o i personaggi che aiuterebbero questo “revisionismo”?

«Forse non ci sono stati pontieri tra Pci e movimento. Ma il punto è che, mentre il Movimento non voleva parlare col Pci, che per loro era erede di Stalin, il Pci in qualche modo, goffamente, tardivamente, ha cercato di instaurare un dialogo. Che non ci sia riuscito è indiscutibile. Che l’abbia fatto con atteggiamento egemonico, anche. Ma Berlinguer aveva capito che bisognava cercare di stare nel movimento, stare nelle università. I documenti di Botteghe oscure lo dimostrano oltre ogni dubbio».

Nel 77 italiano non vi fu anche un certo tasso di provincialismo? Si amava Foucault, e ci sta, ma pure cose meno memorabili come Guattari, per dire, passarono per geniali. C’era un’ubriacatura che la Francia in qualche modo si evitò, come se lo spiega?

«Io in questo però vedo una forma di apertura, più che provincialismo. Penso per esempio anche a Agnes Heller e la sua teoria dei bisogni, o naturalmente a Gilles Deleuze. Sicuramente la Francia visse con anticipo alcune di queste cose, e si vaccinò».

Diceva Umberto Eco che il 77 in Italia è “l’anno nono della rivoluzione”.

«Già. Senza contare che a Parigi ci fu, sia come strategia, sia come mezzi, una capacità di affrontare le derive eversive del Movimento (nel loro caso, il movimento postsessantottino) che l’Italia matura solo nei mesi a cavallo del sequestro di Aldo Moro, cioè alla morte del 77. Troppo tardi; un periodo in cui l’eversione francese è di fatto autoestinta, a parte Action Directe».

E non resta che, qualche anno dopo, Mitterrand e la sua dottrina delle braccia aperte ai settantasettini italiani, di vario peso teorico e responsabilità, da uno come Toni Negri, a Scalzone, fino anche a gente che uccise.

«Questo fu un paradosso bizzarro. Un Paese rigorosissimo con la sua sinistra, fece entrare nei salotti, per tramite per lo più della Maria Antonietta Macciocchi, intellettuali che raccontavano un’Italia sudamericana. Ma questo non è già più, bisogna dirlo, il 77, e diventerebbe un altro discorso».


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