politica e violenza la lezione del 77

In piazza c’erano anche loro i ragazzi con la celtica rock di Marchal e voce della “fogna”

Quel 17 febbraio 1977, passato alla storia per la cacciata di Luciano Lama dall’università, mescolati agli autonomi e agli indiani metropolitani, alla Sapienza c’erano anche loro. I Fasci. Ma forse già all’epoca non amavano essere definiti così. Che poi quella presenza alla manifestazione che segna l’avvio ufficiale del movimento del ’77 sia un clamoroso e geniale falso storico, architettato da Umberto Croppi e Biagio Cacciola, in realtà cambia poco o nulla. Il fatto stesso che i giornali dell’epoca potessero accreditare come vera, in quel clima, la partecipazione di una ventina di studenti del FUAN agli scontri con il servizio d’ordine della Cgil, la dice lunga su quanto stesse cambiando la superficie delle vecchie appartenenze.

Perché esiste, è esistito davvero un ’77 di destra, ed è stato una fucina di idee che all’epoca faticarono a uscire dalla fogna - con discreta autoironia, La voce della fogna era il nome scelto per la loro rivista più rappresentativa e scanzonata - ma contaminarono in maniera profonda un mondo fino ad allora sclerotizzato nelle vecchie parole d’ordine neofasciste.

E probabilmente salvarono anche tanti giovani da un destino di scontri fisici e armati con i coetanei della fazione opposta. Il calcio d’avvio di quella stagione in realtà viene dato due anni prima, al congresso del Msi, con la mozione Linea Futura di Pino Rauti. Un documento con parole d’ordine di rottura del vecchio schema almirantiano legge&ordine, che attraggono tanti giovani missini. La linea è molto avanzata per il partito neofascista, si invitano i militanti a ritirarsi dallo scontro fisico, persino si invoca la chiusura di quelle sezioni di frontiera che sono diventate dei Fort Alamo nei quartieri rossi, si parla di ambiente, di nuove povertà, gramscianamente la strategia diventa quella dell’egemonia culturale, per veicolare le idee della destra senza etichettarle.

Lo stesso Rauti, che da una parte cavalca questa effervescenza giovanile, è preoccupato per la deriva che possono prendere questi ragazzi che amano definirsi, in sintonia con Alain De Benoist, come la Nuova Destra. Nel partito li chiamano con disprezzo castristi ed effettivamente non è raro che nelle loro camere siano appesi i poster del Che insieme a quelli di Toro Seduto. Gli indiani d’America sono nel loro patrimonio culturale, sono anti-sovietici ma anche anti-capitalisti e filo-palestinesi. La celtica diventa il loro simbolo. «Perché era facile da disegnare sui muri con la bomboletta - ricorda Flavia Perina - ma anche perché era una cosa diversa, in opposizione simbolica alla Fiamma tricolore».

Non a caso Almirante vieta la celtica nelle manifestazioni ufficiali del Msi. I giovani la portano al collo, per rivendicare la diversità con tutto il passatismo del vecchio Msi. Verso il partito almirantiano hanno lo stesso rapporto che la sinistra extraparlamentare ha nei confronti del Pci. Si sentono ambientalisti, leggono i libri di Konrad Lorenz e gli scritti di Alex Langer, partecipano alla marcia contro la centrale nucleare a Montalto di Castro, hanno una rivista femminista (Eowin, come la principessa degli elfi), ascoltano il rock progressivo di Marchal, con Generoso Simeone si inventano in quel ’77 il primo Campo Hobbit, danno vita a Roma e Milano a Radio Alternativa e Radio University, capofila di un coordinamento di 95 radio libere di destra, mettono in piedi il quindicinale Linea diretto da Stenio Solinas.

Un fermento che dura poco. Come i settantasettini di sinistra, anche per i coetanei di destra la ventata creativa viene spazzata via dallo spirito del tempo. Che reclama il sangue. L’omicidio di Walter Rossi (il 30 settembre 1977) militarizza il clima e i “fascisti” sono risospinti nella fogna. E da una costola di quel movimento alcuni penseranno di trovare la loro via d’uscita con la lotta armata.


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