Politica e violenza la lezione del 77

E intanto è tornata l’eroina ma nessuno ne parla più

U no schizzo di eroina oggi costa due euro, la criminalità investe indisturbata nel marketing. Come nel 1975, quando il fumo sparì, sostituito dalla polvere a prezzi bassissimi, e un ragazzo del mio liceo che scriveva poesie prese a venire a scuola con le braccia nude punteggiate di sangue.

Nei gruppi extraparlamentari, nei collettivi studenteschi, fra le femministe l’allarme arrivò tardi. I primi già si accasciavano sui banchi e ai giardinetti, sparivano dalla vita in comune. «Mi faccio una volta a settimana, la controllo» dicevano i tossici cui si infliggevano fervorini nella convinzione che tutto potesse essere guarito con l’amore e la Rivoluzione. Perché la Rivoluzione era contro le droghe. Si organizzavano ronde per stanare gli spacciatori, picchiarli, cacciarli dai quartieri. A quel tempo molti andavano alle riunioni ma poi si facevano una canna.

Se li beccavano subivano un processo politico, così gli imputati sceglievano definitivamente l’erba, o imparavano a nascondersi. Ma l’eroina era un’altra storia, invece di ridere e marinare le assemblee si rubava, si batteva, si fregavano gli altri. E si moriva: bastava che il solito pusher andasse in vacanza e in giro si trovasse roba migliore, o molto peggiore. E così passò anche il 1976.

La mia opinione, largamente impopolare, è che l’anno seguente, il 1977, fu teatro di un movimento sostanzialmente disperato. Vitalità, creatività, sesso libero erano sussulti finali, perché la grande partita era persa. Ormai ognuno si batteva rabbiosamente per sé. L’amore per il bene comune del ’68 era tramontato, la certezza di cambiare il mondo in fretta, con giovani e morbide mani, era infondata. Le vite di tutti erano precarie, Macondo non esisteva o era un posto feroce. A Londra, i Sex Pistols gridavano No Future, i ragazzi si facevano di speed e poi di eroina per “scendere” e ricominciare.

In Italia il numero dei morti per overdose salì proprio nella seconda metà degli anni ’70. Sono dati ufficiali, non conteggiano quelli sepolti a Delhi e a Kabul, oppure Lauretta che si uccise in una clinica privata. Nel 1974 appena 8 overdose, nel ‘78 già 60, nel ’79 ci furono 109 morti, nell’80 diventarono 206. A metà degli anni ’80 i tossicodipendenti da eroina per lo Stato erano 300 mila, cifra assai sottostimata. Nell’81 l’epidemia di epatite C (che allora si chiamava “non A non B”) fu talmente vasta e acuta da essere riportata come caso eccezionale nelle mappe epidemiologiche mondiali. C’è gente che si cura ancora adesso. Il nuovo farmaco è raro e carissimo, a meno di procurarselo in India.

La differenza fra quegli anni e questi è che allora esisteva un discorso pubblico sull’eroina. Per quanto fossero ingenue le ammonizioni tipo “l’eroina uccide” rivolte agli adolescenti - che si trastullano con l’idea della morte - comunque a scuola, in casa, nei collettivi si veniva messi in guardia e informati, spesso terrorizzati. I coetanei senza denti, scheletrici e cattivi si trasformarono, d’altronde, in un monito spettrale. Oggi, al contrario, tutto tace. Gli esperti dicono che l’eroina viene consumata in modo “funzionale”. Ci si fa di roba per tirare avanti in ufficio, in famiglia, per reggere tensione e aggressività diffuse. Vengono segnalati incidenti d’auto nell’ora di punta, colletti bianchi appena fatti che si abbattono sul volante.

Il teschio dell’oppio, quel modo inconfondibile che ha la pelle di tendersi su zigomi e mascelle, ricompare sulle ultime corse della metro. Le siringhe rispuntano sulle spiagge e nei parchi. Con la scuola a pezzi, il 44 per cento di disoccupazione giovanile e una crisi sociale spietata c’è da avere paura, e si dovrebbe correre ai ripari.


[Numero: 69]