siamo ciò che non mangiamo

Masticare vuol dire sapere

Ascoltate, o voi che bramate verità: la sapienza è la conoscenza certa d’ogni cosa, internamente, senza dubitanza. Et è presa questa voce dalli sapori che il gusto sape, perché per tutti sensorii noi conoscemo la natura estrinseca dell’oggetto, e dell’acqua il freddo strano sentiamo, e nella garobba (carruba, ndr ) faccia nera di freddo appare, e nel giglio si odora soavità. Ma il gusto, tritando il cibo e dentro ammettendolo, non solo il freddo del vino e dell’acqua sente, ma anco il calor nativo, e così la dolcezza stitica della garobba per la parte secca annegrita, e del giglio l’amarezza della grossa mole, non solo la soavità della sua esalazione sottile, come il naso fa, sente. Dunque sapere è certamente conoscere, et evidentemente.

Ora io trovo che li sensi son certi più che ogni altra conoscenza nostra, tanto d’intelletto, come di discorso, come di memoria, poiché ogni lor notizia dal senso nasce, e quando sono incerte queste conoscenze, col senso s’accertano e correggonsi, et esse non sono altro che senso indebolito o lontano o strano. Quel ch’io appresi col senso mi resta in memoria, e quando mi sono scordato o fatto incerto, torno a sentirlo con l’udito o con la vista e me ’l ricordo. […]

E quanti discorsi fanno i filosofi sopra le cose che non hanno sentito, son corretti poi da ogni uomo grosso che le vede. E il discorso non è altro che procedere alla conoscenza di cosa ignota per un’altra simile a quella propria e nota al senso; ma spesso s’inganna, perché tutte le similitudini non sono propinque et essenziali, ma remote. Così Aristotile argomentò che il sole non sia caldo benché scaldi, poiché le pietre battute fan calore, e s’ingannò perché non vide che le pietre hanno in sé calore che per il moto si manifesta. Disse che l’acqua sia fredda per consulta del tatto, e non consultò il gusto più certo e l’operazioni, bianchezza e moto proprii del suo calore. Talché molte esperienze di sentimenti fanno scienza, e non un senso solo da quello argomentando, perché pure il senso s’inganna, et egli stesso si corregge con altre sensazioni.

Da poi l’uomo non discorre né argomenta delle cose certe, ma dell’incerte, e sopra le certe fonda il discorso, e quelle dice certe ch’esperimentò, talché il senso è il lume per cui si vede quel che sta nel buio. Ma quando l’uomo sa una cosa col senso, non cerca più ragioni, né argomenti. Nullo va cercando con argomenti se ci sia il Mondo nuovo dopo che il Colombo il ritrovò, nullo cerca se il sole è lucido, se l’uomo si muove, perché il senso il dimostra, né si dimanda causa perché il fuoco sia caldo, essendo questo noto al senso. Ma si dimanda perché è caldo il pepe e il vino, perocché ad alcuni sensi è ignoto. Però, discorrendo perché il pepe è caldo al gusto, si risponde perché nasce in luoghi caldi sotto i tropici di terra arsiccia;

e questo si sa per altri che l’han visto o per altre simili prove di cose nate in luoghi caldi.


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