siamo ciò che non mangiamo

Le regole alimentari valgono come quelle etiche

Se è vero che, come dice un adagio indiano, siamo quello che mangiamo, non lo è meno il contrario: mangiamo quello che siamo. La nostra identità si fonda anche sul nostro rapporto col cibo, sulle nostre passioni e i nostri tabù. Del resto, siamo anche quello che “non mangiamo”: siccome la carne è debole e le tentazioni abbondano la privazione deve sempre avere un senso, uno scopo, una certa qual gratificazione.

E questo succede più che mai nell’ebraismo, perché a differenza di altre la fede d’Israele si fonda sull’assunto che essendo l’uomo fatto di materia e anima entrambe contano nella stessa misura. Non c’è mai nell’ebraismo un rifiuto della fisicità, perché il corpo è un dono di Dio non meno dello spirito. Questo spiega, ad esempio, la vasta serie di norme relative alla vita materiale, a incominciare dai divieti alimentari, che nell’ebraismo non sono considerate secondarie rispetto alle supreme leggi etiche – come la fede in Dio o la pietà – e fanno invece parte integrante di una vita ebraicamente completa.

In questo contesto anche la astensione dal cibo fa ovviamente la sua parte: nel calendario ebraico ci sono infatti alcuni digiuni. Ma questa pratica non ha un senso univoco di mortificazione attraverso la privazione. Il 9 del mese di Av (che cade fra luglio e agosto) è il ricordo dell’evento infausto per antonomasia: la distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera una volta dei Babilonesi e un’altra dei Romani, come se quel giorno fosse una sorta di nero gorgo della storia. Il digiuno dei primogeniti precede la festa di Pasqua – cioè l’Esodo dall’Egitto – e celebra con trepidazione il fatto che Dio abbia risparmiato i primogeniti d’Israele durante l’ultima terribile piaga, subito prima di dare loro la libertà.

Ma il digiuno ebraico per eccellenza è quello del Kippur, cioè dell’espiazione: culmine del grande ciclo di feste con cui si inaugura l’anno – che di solito cade a settembre – questo digiuno suggella i cosiddetti “giorni tremendi” in cui l’individuo sta di fronte a Dio, ma soprattutto di fronte a se stesso e al prossimo, in attesa del giudizio. Kippur non è un momento di mortificazione e paura: è piuttosto un momento di bilancio morale e di attesa. L’astensione totale dal cibo e dalle bevande, il divieto di indossare capi in pelle, accompagnano una giornata di preghiera ma anche e forse soprattutto di acquisizione di consapevolezza: cosa ho fatto di male in passato? In quelle ore Dio può perdonare i peccati commessi verso di Lui – sempre che siano riconosciuti e scanditi ad alta voce – ma non può farlo con quelli commessi verso il prossimo “umano”. Nessuno, nemmeno l’Altissimo, può condonare per conto terzi. Dunque il Kippur è anche un momento fondamentale di bilancio “sociale”, in cui è essenziale dirimere le questioni lasciate in sospeso: chiedere scusa a chi abbiamo offeso, impegnarsi a non commettere in futuro gli stessi errori del passato.

E il digiuno non è tanto il segno della mortificazione, non è fatto per umiliare il corpo e attraverso questo gesto cercare compassione: ci si astiene dal cibo per elevarsi, quasi per essere più leggeri, più vicini al cielo. Per ascoltare meglio la voce del prossimo e quella che viene di lassù, a indicarci la strada. Alla fine di questa giornata c’è un canto bellissimo, intitolato “Neilah”: le voci si levano quando la luce del giorno calante sfiora le fronde degli alberi più alti, appena prima che le porte del cielo si chiudano e con esse le pagine del Libro della Vita dove sono scritte le azioni di ciascuno. Siglato il bilancio del passato ci si apre a un futuro in cui, possibilmente, non commettere gli stessi errori.


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