siamo ciò che non mangiamo

La sfida del dr. Tanner 40 giorni senza cibo sotto gli occhi di NYC

Ora che il dottor Henry S. Tanner è sopravvissuto a quaranta giorni di digiuno, lasciando di stucco i colleghi e smentendo i manuali scientifici, può prendersi la sua rivincita. È il 10 settembre 1880, e al Booth’s Theatre di New York spiega “quello che sa sul digiuno”. La prima frecciata se la merita quel dr. Hammond che gli aveva dato dell’impostore. «Si è dovuto rimangiare le proprie parole».

La storia inizia qualche mese prima. Il dottor Tanner, di Minneapolis, ha una teoria: anche l’uomo può andare in letargo, rimanendo in vita pur senza assumere cibo per settimane. Tanner è anche convinto che il digiuno faccia bene, sia più efficace contro le infiammazioni di molte medicine. Per dimostrarlo, si è già sottoposto una volta a un digiuno di 42 giorni. Lo chiamano “the fasting doctor”, il dottore “digiunatore”. Ma in molti non gli credono, in primis Hammond che lo accusa di aver mangiato di nascosto. Tanner non la prende bene e il 18 gennaio 1880 scrive una lettera al New York Times dicendosi pronto a ripetere l’esperimento, sotto stretta sorveglianza medica.

Il 28 giugno 1880 alla Clarendon Hall di New York inizia un nuovo digiuno. Dopo sei giorni il New York Times inizia a dedicargli una serie di articoli. Dopo undici giorni lo danno per spacciato “All eyes on the faster: the end predicted to be at hand” titola il quotidiano il 10 luglio 1880 (“Tutti gli occhi puntati sul digiunatore, la fine si preannuncia vicina”). «Il suo volto, che era pieno e paffuto all’inizio del digiuno, ora è emaciato e smunto. I suoi occhi sono sprofondati nelle orbite e in aggiunta a quella depressione sonnolenta hanno un luccichio terribile. Non delira e non dà segni di follia, ma una persona paurosa difficilmente accetterebbe di rimanere sola con quell’occhio scintillante». Anche i più scettici devono però ammettere di essere di fronte a “un fenomeno della natura umana”. Tanner si impone di salire e scendere le scale dell’appartamento, convinto che l’esercizio gli faccia bene. Non beve quasi nulla ma usa molta acqua per mantenersi idratato, dorme a intervalli regolari e avvisa i primi attacchi di nausea. A tratti è molto irritabile. I medici aspettano che nel suo alito si manifesti un odore nauseabondo di decomposizione, sintomo di morte imminente. Ma non accade. I giorni passano, Tanner diventa più debole ma resiste. I dottori attestano la veridicità dell’esperimento. Come potrebbe barare d’altronde, se anche i suoi vestiti sono passati al setaccio in cerca di cibo nascosto?

La fama del digiunatore cresce a tal punto che al suo quarantesimo giorno di digiuno una folla di circa duemila persone si presenta per vedere questo “prodigio”. Il biglietto d’ingresso viene alzato da un quarto di dollaro a mezzo dollaro: in un giorno incasserà mille dollari, in una settimana circa tremila, «una cifra sufficiente a sostenere nel lusso il dottore durante la sua convalescenza» commenta il Nyt il 7 agosto 1880. Tanner è stremato. Le poche ore che lo separano dalla conclusione del digiuno gli sembrano un’eternità. Anche gli attacchi di nausea sono costanti, tanto forti da svegliarlo nel sonno. Vomita ogni volta che prova a bere un sorso d’acqua, e dalla sua bocca oltre all’acqua fuoriescono parti di membrane corporali in decomposizione. Non è un bello spettacolo. Ma Tanner è fiducioso: i sintomi passeranno quando ricomincerà a mangiare. Come romperà il digiuno?

«Se avessi seguito i consigli dei medici – commenta Tanner di fronte al pubblico del Booth’s Theatre – assumendo parti infinitesimali di cibo diluite in acqua, sarei finito come il naufrago che muore sotto le mani dei suoi soccorritori. Invece ho seguito una dieta ricca di frutta fresca, latte, zuppa di ostriche, succo e polpa di carne, e uno o due sorsi di vino ungherese. In 24 ore ero di nuovo un uomo». La forza del corpo gli ha permesso di recuperare quattro chili nelle 30 ore successive all’interruzione del digiuno (dei 18 persi in 40 giorni). Certo, la sua è stata una prova terribile. E davvero ha rischiato la vita. Ma l’idea che si ostinava a dimostrare era chiara «L’astinenza dal cibo fa meglio agli uomini che il mercurio o l’arsenico. Se fosse praticata da più persone, per periodi brevi, avremmo meno palazzi di sette piani pieni zeppi di medicine e pillole».


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