siamo ciò che non mangiamo

Conosci te stesso e il tuo stomaco

Che tra la filosofia e il cibo sussista una speciale connessione, a dispetto dello stereotipo che vorrebbe i filosofi invariabilmente perduti nelle loro iperuraniche astrazioni, è dimostrato da una “nutrita” serie di passaggi testuali e di testimonianze, più o meno attendibili, in ogni caso significative: da Pitagora che predicava il vegetarianesimo e proibiva ai suoi discepoli le fave, a Platone che intorno al Simposio allestisce il suo dialogo sull’amore, a Seneca che raccomandava la frugalità, fino a Kant, Rousseau, Nietzsche, sulle cui abitudini alimentari esiste una ricca aneddotica, e – per venire ai giorni nostri – a un illustre storico della filosofia come Tullio Gregory, che da anni anima con i suoi “menù filosofici” i pranzi e le cene del Festival Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo. Mai nessuno, però, ha annesso all’atto di nutrirsi un valore gnoseologico-epistemologico come il domenicano calabrese Tommaso Campanella (1568-1639), l’utopista della Città del sole, che nello scritto Del senso delle cose e della magia (qui nell’edizione Laterza curata da Germana Ernst) sostiene la superiorità del gusto sugli altri sensi, in quanto, triturando e assimilando i cibi, conosce il suo oggetto dall’interno e con certezza, anziché soltanto esternamente - tanto che la stessa parola latina sapientia deriva da sapio, ho sapore. E se “l’uomo è ciò che mangia”, come nel titolo di un’opera citatissima e poco letta di Feuerbach, mangiando con Campanella quel medesimo uomo conoscerà al meglio sé stesso: la variante gastrica del motto di Delfi.


[Numero: 68]