[Sommario - Numero 66]
Da Ventotene partì una barca che ora è in balia delle onde
Giuseppe Sofo - Narratore di luoghi, che ha scritto e tradotto un po’ di libri, ne ha letti molti di più, e ha vissuto dalle Alpi ai Caraibi. Ora vive tra Berlino, Roma e la Provenza. Circolante è il suo PhotoGraphic Novel di viaggio, che vive su instagram.com/circolante
Puledrino
Maurizio Cucchi
Chi salverà lEuropa se non lEuropa

Togliere agli anziani per dare ai giovani

Con i “144 punti” del Front National di Marine Le Pen, i populisti europei di destra sono riusciti ad abbozzare un programma di governo. I “non-populisti” - ossia tutti gli altri, a cominciare dalle forze politiche tradizionali – ne sono molto lontani: sono ancora fermi a un “cocktail di istanze e di desideri” alla proclamazione semplicistica di vecchi principi senza il loro necessario adattamento concreto a una realtà che cambia molto rapidamente. Al di fuori di questi “144 punti”, né in Francia né nei Paesi Bassi - due paesi che andranno alle urne ormai di qui a 10-12 settimane – ci sono segni della traduzione di questi cocktail in veri “programmi elettorali”, in un complesso ragionato di provvedimenti possibili e tra loro coerenti.

I rischi per i francesi del modello Le Pen

Ai “144 punti” del populismo di destra occorre riconoscere il merito della coerenza. Una coerenza, ahimè, che prefigura una possibile, profonda attenuazione del coinvolgimento francese in Europa, con la probabile distruzione dell’Unione Europea. L’imposta sulle importazioni prevista da Le Pen per finanziare l’assunzione preferenziale dei lavoratori francesi, può anche funzionare ma paradossalmente rischia di far aumentare le ore lavorate in Francia e al tempo stesso di diminuire la quantità dei beni a disposizione dei francesi. Le nuove produzioni francesi, infatti, sarebbero meno efficienti e costerebbero di più delle importazioni che sostituiscono: a parità di lavoro, ci sarebbe una minore produzione, a parità di prodotti disponibili sarebbe necessaria una maggiore quantità di lavoro. Il francese medio corre il rischio di veder ridotto il proprio potere d’acquisto, in cambio di soddisfazioni extraeconomiche, come un maggiore (peraltro incerto) senso di sicurezza, per il “giro di vite” sugli immigrati extraeuropei. Un analogo discorso, con le ovvie differenziazioni, vale anche per gli Stati Uniti di Donald Trump.

Esiste un’alternativa a questa chiusura, a questo impoverimento potenziale che possa combinare crescita e sicurezza? Probabilmente sì, ma per ora non sembra che le forze politiche tradizionali - che negli ultimi vent’anni si sono sempre più schiacciate sul presente, perdendo gradualmente i loro “grandi orizzonti” di riferimento - la stiano davvero cercando: si ribadiscono vecchi obiettivi, e vecchi mezzi per raggiungerli, senza rendersi conto che la società è cambiata e i modi di produzione stanno anch’essi cambiando con una velocità impressionante e imprevista.

Pochi ricchi e molti quasi poveri

Che cosa dovrebbe contenere un programma di governo che proponesse uno sviluppo credibile? Il nucleo centrale di tale programma non può essere soltanto una politica di attenuazione delle diseguaglianze; occorre anche porre fine al rapido “dimagrimento” delle “classi medie” che divide sempre più le popolazioni dei paesi avanzati in (pochi) ricchi e (molti) quasi-poveri. Va ridotto anche il crescente divario tra una popolazione anziana, o di mezza età, che dispone di redditi e risorse sufficienti e una popolazione giovane che è sul limite dell’insufficienza dei redditi; tra chi ha un lavoro a tempo indeterminato, progressione di carriera, pensione adeguata al termine e chi vive in un mondo precario.

La via maestra per ridurre le diseguaglianze consiste nel modificare il sistema fiscale con minori imposte sui redditi di lavoro e una diversa tassazione del capitale finanziario (ora generalmente colpito con aliquote fiscali uguali per tutti). Occorrerebbe riuscire a creare una vera “anagrafe finanziaria”, con la mappatura completa dei capitali, interni ed esteri, di ogni contribuente. Per fare questo è necessaria la collaborazione internazionale, visto che i flussi di capitale raggiungono ogni angolo del mondo. Una strada difficile, certo, ma nessuno ci sta veramente provando.

Una nuova rete di sicurezza sociale

È poi necessario modificare il sistema di sicurezza sociale con lo spostamento percentuale di risorse verso le famiglie giovani, oggi in grave difficoltà – una difficoltà che si riflette, appunto, nella minor formazione di famiglie e nel minor numero di nascite – mentre l’attenzione è largamente rivolta ai problemi dalla mezza età in su.

Queste linee guida dell’azione di governo non sono però sufficienti perché il cambiamento delle tecnologie sta distruggendo i tradizionali concetti di lavoro e carriera. Tutto ciò comporta la necessità di una nuova “rete di sicurezza sociale” basata sul riconoscimento della possibilità, anzi, della probabilità, di “buchi di inattività” durante una normale vita di lavoro che non devono trasformarsi in “buchi di reddito”. In questi periodi, il reddito può essere “garantito” in vari modi, che presuppongono tutti un comportamento attivo di chi è rimasto senza lavoro, come l’acquisizione di nuove professionalità con la partecipazione a corsi e simili.

Troppe esitazioni

Una ridistribuzione dei redditi di questo tipo ha naturalmente costi ingenti e anche per questo le forze politiche tradizionali esitano ad avventurarsi su questa strada. L’operazione riesce meglio se si colloca in uno scenario di crescita che determini un aumento generalizzato dei redditi e sia innescato dalla maggiore produttività derivante da nuovi investimenti. Nessuno ha la bacchetta magica e forse, tra i paesi ricchi, il solo Canada sta effettivamente percorrendo questa strada. Una politica monetaria cautamente espansiva, con le banche centrali che stampino moneta senza sprofondarci nell’inflazione (e si accertino che le nuove risorse finiscano davvero all’economia reale e non si perdano, come avviene oggi, nei meandri della finanza internazionale) può fare la differenza tra successo e insuccesso di operazioni di questo genere, tra un’Europa che si rinnova e un’Europa senza futuro.


[Numero: 66]