[Sommario - Numero 66]
Da Ventotene partì una barca che ora è in balia delle onde
Giuseppe Sofo - Narratore di luoghi, che ha scritto e tradotto un po’ di libri, ne ha letti molti di più, e ha vissuto dalle Alpi ai Caraibi. Ora vive tra Berlino, Roma e la Provenza. Circolante è il suo PhotoGraphic Novel di viaggio, che vive su instagram.com/circolante
Puledrino
Maurizio Cucchi
Chi salverà lEuropa se non lEuropa

Svalutare non è la soluzione: senza mercato comune non c’è sicurezza né lavoro

Oggi percepiamo un crescente senso di insicurezza. E per alcuni non è più ovvio trovare la risposta in un’unione sempre più stretta. C’è chi vede nell’integrazione una fonte di insicurezza, piuttosto che un baluardo a nostra difesa. Un paese ha persino deciso di invertire il processo anziché portarlo avanti. Questo senso di insicurezza ha in parte radici comuni in tutte le democrazie occidentali: i timori riguardo all’immigrazione, alla globalizzazione e al cambiamento sociale. Ma incidono anche fattori propriamente europei. In particolare, la gravità della crisi dell’euro ha indebolito la fiducia nell’Ue come fondamento della sicurezza economica.

L’Europa, e soprattutto l’area dell’euro, si trova a un bivio. Occorrono risposte alle domande che pongono i cittadini. Risposte che devono essere equilibrate: l’Europa deve cambiare sotto certi aspetti, ma sono molte le cose di cui possiamo andare fieri.

L’integrazione europea ci ha permesso di conseguire grandi risultati, che non dobbiamo sminuire a causa delle difficoltà del momento. Al contrario, dobbiamo avere fiducia nei progressi che abbiamo compiuto e avere chiaro che senza ci troveremmo in condizioni peggiori. Laddove occorrono miglioramenti, sta a noi realizzarli. In particolare, mi riferisco a quei cambiamenti nella nostra unione monetaria la cui necessità è sotto gli occhi di tutti.

Il cardine del progetto europeo, sin dai suoi esordi nel 1957, è stato l’impegno all’apertura, che ha trovato la sua massima espressione nell’istituzione del mercato unico tra gli Stati membri. Questo impegno è stato una scelta di ideali, ma anche fortemente pragmatico. I fondatori dell’Ue avevano assistito alle gravi conseguenze dell’isolazionismo e del protezionismo negli anni fra le due guerre. Comprendevano che sostenere la crescita economica era indispensabile per togliere linfa ai nazionalismi disaggreganti e che l’apertura dei mercati era la strada da percorrere.

Malgrado le difficoltà dell’ultimo decennio, nell’ampia prospettiva della storia postbellica la loro intuizione si è dimostrata esatta. Dal 1960 la crescita cumulata del Pil pro capite è stata superiore di un terzo negli Ue 15 rispetto agli Stati Uniti. Anche la ricchezza privata, che per due volte era stata annullata dalle guerre del ventesimo secolo, è raddoppiata in percentuale del reddito nazionale. Certamente, questo processo è in parte riconducibile al naturale recupero del divario di sviluppo dopo la Seconda guerra mondiale. Ma molti elementi provano che la crescita è stata accelerata dall’integrazione. [...]

Il mercato unico ha avuto anche un altro effetto: ha condotto direttamente all’euro. Una volta che l’Europa aveva deciso di intraprendere il percorso verso un mercato pienamente integrato, era auspicabile, se non essenziale, una moneta unica. E così sono stati avviati i preparativi per l’euro in occasione del vertice di Hannover del 1988, subito dopo la decisione di realizzare un autentico mercato unico.

Oggi alcuni mettono in dubbio questo nesso fra mercato e moneta e chiedono se non sarebbe stato meglio per l’Europa mantenere le valute nazionali. Dobbiamo però ricordare che la moneta unica non è apparsa dal nulla. È stata piuttosto il frutto della lunga e insoddisfacente esperienza dell’Europa del dopoguerra con diversi regimi di cambio. In altri termini, è stata anche una decisione idealistica e pragmatica al tempo stesso. [...]

Oggi alcuni credono che l’Europa starebbe meglio se non avessimo la moneta unica e potessimo svalutare i tassi di cambio. Ma come abbiamo visto, i paesi che hanno attuato riforme non dipendono da un tasso di cambio flessibile per conseguire una crescita sostenibile. E per i paesi che non hanno attuato riforme ci si deve chiedere quanto avrebbero effettivamente beneficiato di un tasso di cambio flessibile. Dopo tutto, se in un paese la crescita della produttività è bassa a causa di problemi strutturali profondi, il tasso di cambio non può essere la soluzione.

Però, se alcuni governi non hanno messo in atto le giuste politiche per avere successo nell’Uem, è importante chiedere perché non lo abbiano fatto. L’area dell’euro si è basata fortemente sull’idea che il processo di integrazione stesso avrebbe creato gli incentivi per perseguire politiche solide. In presenza di una maggiore concorrenza attraverso il mercato unico e dell’impossibilità di svalutazioni, i governi sarebbero stati costretti ad affrontare i problemi strutturali di lungo periodo e ad assicurare la sostenibilità del bilancio. [...]

Il rispetto delle regole e la convergenza, e la crescita che ne conseguirebbe, sono oggi indispensabili per imprimere una nuova spinta al processo di integrazione.

Dobbiamo trovare questa spinta, perché non possiamo restare dove siamo.

Governatore Banca Centrale Europea. Il testo è parte del discorso tenuto a Lubiana il 2 febbraio 2017


[Numero: 66]