[Sommario - Numero 66]
Da Ventotene partì una barca che ora è in balia delle onde
Giuseppe Sofo - Narratore di luoghi, che ha scritto e tradotto un po’ di libri, ne ha letti molti di più, e ha vissuto dalle Alpi ai Caraibi. Ora vive tra Berlino, Roma e la Provenza. Circolante è il suo PhotoGraphic Novel di viaggio, che vive su instagram.com/circolante
Puledrino
Maurizio Cucchi
Chi salverà lEuropa se non lEuropa

Cominciamo con un referendum per ricostruire un demos europeo

Se non accade qualcosa di inatteso, in questi giorni terminerà la politica estera dell’Occidente degli ultimi vent’anni. Francia e Germania né vogliono e né possono colmare il vuoto lasciato dal disimpegno di Usa e Gb. L’Unione Europea potrebbe imboccare, senza la Gran Bretagna, la via di una politica di comprensione e pace e promuovere una politica cosmopolita e sociale se ne avesse ancora la forza. È infatti il momento di rivedere criticamente sia il famoso ordine postbellico sia in particolare le operazioni internazionali dell’Occidente nella regione del Mena e fornire all’Europa un ruolo indipendente nella politica estera. La presidenza di Trump non è solo un rischio, ma anche un’opportunità, che l’Europa deve usare, forse l’ultima occasione della Ue.

L’alba della modernità politica è caratterizzata dall’idea che non c’è dominio senza legittimazione politica. Nessuno può esercitare del potere su un’altra persona senza il suo consenso preliminare. Questo consenso si esercita attraverso le forme di partecipazione della democrazia. Non è il principio della maggioranza a fare da base alla legittimità democratica, ma piuttosto un accordo sostanziale sulle sue istituzioni: Diritti individuali, sicurezza sociale e una cultura del reciproco riconoscimento. Quando questo consenso cede, allora l’intero ordine democratico è messo in pericolo.

Gli sviluppi recenti erodono non solo in Europa, ma in tutto il mondo il consenso di base delle democrazie. La guerra civile che divide l’opinione pubblica negli Stati Uniti che ha accompagnato non solo la campagna elettorale, ma anche i primi giorni dell’insediamento di Donald Trump, sta a dimostrare quanto detto, ma anche la crisi costituzionale del Brasile o il rafforzarsi del populismo di destra, ma talvolta anche della sinistra sono un esempio di tale sviluppo. La struttura istituzionale dell’Unione Europea è particolarmente fragile. Non si fonda su una costituzione accettata. Contro questo progetto si sono messi di traverso Francia e Olanda: due Paesi fondatori dell’Unione. Perciò il progetto dell’integrazione europea è stato un progetto portato avanti dalle Élite politiche ed economiche, convinte che le popolazioni europee non fossero mature per accettare il processo di unificazione dell’Europa. Il metodo di Jean Monnet era guidato dall’idea che l’offerta di vantaggi economici per tutti si sarebbe dovuta legare a un processo irreversibile di integrazione europea sempre più ampia.

«It’s time to break free from the EU and take back control of our lives» («È tempo di liberarsi dall’Europa e di riprendere il controllo sulle nostre vite») scrive il Sun per incitare i cittadini britannici al voto del 23 giugno. Non è questo un campanello d’allarme nella più antica democrazia europea?

È mia opinione che dobbiamo prendere sul serio questa sfida alla nostra concezione della democrazia. Il sentimento che l’integrazione europea porti con sé un’inevitabile perdita di controllo democratico è diffusa. L’euroscetticismo è il frutto di un atteggiamento che riguarda le origini della democrazia secondo il quale il popolo, ciò da cui ogni potere deve prendere le mosse, è nella versione repubblicana il demos, in quella reazionaria l’ethnos.

È assolutamente vero, il bilancio di interessi politici e economici ha funzionato. Gli stati nazionali contemporanei sono il prodotto della rinazionalizzazione della politica dopo la crisi mondiale del 1929 e delle disastrose conseguenze politiche sia del Nazionalsocialismo tedesco che della Seconda Guerra Mondiale. «Let’s take back control» fu la risposta degli Stati nazionali democratici: non sarebbe mai più dovuto succedere che un sistema finanziario mondiale in crisi trascinasse con sé nella miseria le popolazioni. Gli Stati nazionali dell’ordine politico post-bellico volevano superare la vulnerabilità rispetto alle crisi con un controllo economico globale e organizzare l’equilibrio sociale che è irrinunciabile per la legittimazione del capitalismo. Ora questo processo nel corso degli anni ’80 è cambiato. La decostruzione dello stato sociale avrebbe dovuto garantire capacità internazionale concorrenziale degli Stati e rendere i Paesi solidi per il futuro. In seguito a questo processo ci si è adattati al fatto che i successi economici di un Paese progredito andassero a beneficio dell’uno o tre per cento della fascia più alta della popolazione causando in questo modo un drammatico aumento dell’ineguaglianza. Tema dell’agenda politica non era più la condivisione del successo economico con gli strati più bassi della popolazione, ma il superamento di particolarità nazionali, la svalutazione dei confini nazionali e accordi commerciali mondiali.

L’Unione Europea è apparsa perciò come una perdita di controllo non solo a coloro che invocavano il principio dell’etnia (che non si è mai dato), ma anche a coloro che da sinistra non si volevano accontentare di un capitalismo ammorbidito keynesianamente e con misure sociali. L’Unione Europea deve prendere sul serio il desiderio di controllo politico. Il progetto di integrazione europea ha bisogno di una legittimazione democratica di base, come quella che può essere fornita da un referendum europeo sulla costituzione. Con questa misura si costituirebbe il demos europeo. Questo referendum dovrebbe produrre l’equilibrio tra integrazione economica e sociale e allo stesso tempo lasciare molto più margine di manovra all’autodeterminazione nazionale, promuovere la Commissione Europea a governo europeo controllato democraticamente dal Parlamento, sottoponendola così all’alternanza democratica di governo e opposizione e trasformare il Consiglio in una seconda Camera. Eccessi regolatori della Commissione dai contestati effetti economici verrebbero così evitati, la tendenza alla speculazione frenata da una politica fiscale decisa d’accordo, la responsabilità ancorata a livello europeo, lo scambio interculturale intensificato tra i Paesi confinanti e l’identità europea attraverso il ricorso alla comune eredità umanistica rafforzata. Integrazione e devoluzione si possono mettere assieme. Il punto non è una maggiore o minore integrazione, quanto piuttosto un «take back control» a livello nazionale ed europeo: il primato della politica è condivisibile in un federalismo europeo inteso nella giusta maniera.

(Traduzione dal tedesco di Fiorella Battaglia)


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