Se 150 anni vi sebran pochi

Origine e ragione del presente giornale

Allorché, per il trasferimento della capitale, la Gazzetta del Governo dovette abbandonare la nostra città, si creò un giornale che avesse la qualità di ufficiale per gli annunzi legali e le inserzioni giudiziarie, secondo vuole la legislazione in vigore: questo giornale fu La Provincia, ed ebbero la concessione di quel privilegio gli editori signori Favale, in compenso della rinuncia da essi fatta di certi loro diritti e col corrispettivo inoltre di un anno di canone da pagarsi alla finanza.

Della Provincia i suoi proprietari, di accordo e col beneplacito del ministro di quel tempo (Lanza) affidarono a me, che scrivo e mi sottoscrivo, la direzione; ed io accettai, mentre, per le spiegazioni avute e cogli editori medesimi e col segretario particolare del ministro, mi era chiarito che al giornale il Governo non avrebbe domandato mai né cieca servilità, né poco dignitosa rinunzia alle proprie opinioni in chi scrivesse, ma gli avrebbe lasciata libertà di apprezzamento e quella misura d’indipendenza che onora nel medesimo tempo chi la concede e chi la usufruisce. [...]

La Direzione e la Redazione della Provincia moderate per natura e per abito, devotamente affezionate agli ordini che ci reggono, amanti di quella vera libertà, la quale è base al solo buono vivere sociale che si possa avere, quella libertà che è insieme tolleranza di ogni opinione, rispetto di sé e d’altrui, vivevano persuase che mai non sarebbe avvenuto il caso di ricevere l’oltraggio di un avvertimento per eccessività e intemperanza [...]

Questa persuasione, questa speranza furono un’illusione. Venne, o piuttosto stava in campo, la questione finanziaria – la più grave come tutti sentono e sanno, che pesi sulla misera Italia – e non era possibile che un giornale non se ne occupasse, e necessariamente dovevansi esaminare gli atti del Ministero ad essa riguardanti ed il sistema in essa tenuto dal Governo.

Noi non potemmo a meno che giudicare come poco propizio al bene d’Italia, come fatale, un modo di procedere che, mentre non rimedia per nulla ai dissesti della pubblica finanza, semina per tutto lo Stato lo scontento, l’irritazione, Dio cel perdoni, quasi non dico il disdegno del presente ordine di cose! Non si poteva approvare, né si poteva tacere, né si doveva chi non avesse voluto mancare all’ufficio che tocca alla pubblica stampa, voce dell’opinion pubblica.

Non tacemmo adunque; ma le nostre opposizioni e i nostri appunti avvolgemmo nella moderazione della forma, lontani sempre dall’essere astiosi ed acerbi. Ciò nulla meno, il 16 gennaio, per ordine del ministero, la Prefettura di Torino intimava agli editori della Provincia un primo avvertimento nel quale dicevasi che il giornale “facevasi sovente ad eccitare le passioni nel senso anti-governativo, specialmente ne’ suoi articoli riguardanti quistioni finanziarie”. [...]

Abbandonai sul momento la direzione della Provincia, mi seguitarono fedelmente i miei collaboratori e decidemmo la sollecita creazione di un nuovo giornale in cui francamente potessimo continuare a svolgere e propugnare quei medesimi principii che hanno informato la condotta della Provincia dal primo istante che per nostra cura nacque fino al momento in cui l’abbandonammo.

Questo giornale, sotto altro nome, è dunque moralmente il medesimo di quello che portò finora il titolo di Provincia, cogli stessi intendimenti, coi medesimi redattori; ma più libero ancora, potendo dir tutto e su tutto.

È inutile quindi che io faccia un programma. I lettori, che ci furono così larghi di loro benevolenza e del loro appoggio nel primo giornale, conoscono le nostre opinioni e le massime fondamentali della nostra politica. A loro facciamo un appello, sperando che quel favore di cui ci furono larghi finora non ci verrà meno nella nostra nuova e più libera condizione.

Chiamammo il nostro giornale Gazzetta Piemontese, non per volerci riattaccare alla memoria di un giornale che non è più, non per esprimere un sentimento municipale, ma per significare che noi, Piemontesi, vivendo nel cuore del Piemonte, ci studieremo di riprodurre il più fedelmente possibile la vera opinione di questa nostra terra diletta.

Che saremo indipendenti, spero che la origine stessa del nostra giornale sia per farne prova ai nostri concittadini; che saremo giusti e moderati estimatori d’ogni cosa, confido che lo ponga in sodo il nostro passato; che non falliremo al dover nostro, a quell’affetto che portiamo altissimo alla patria ed alla libertà, ce ne affida la nostra coscienza, e noi aspettiamo sicuri il giudizio della pubblica opinione.


[Numero: 65]