Se 150 anni vi sembran pochi

Nel tunnel della malattia

Da quasi un anno m’insegue un odore d’etere, d’alcol, d’antibiotico, di lisoformio, e questo cocktail olfattivo mi pizzica entro le nari, m’inzuppa fino alle ossa, mi s’è attaccato alla pelle. Anche adesso che dall’ospedale sono uscito, non me ne riesco a liberare: mi sveglio alle 5 e mezzo, alle 11 e 30 ho fame, alle 17 e 30 se non mi portano da mangiare m’innervosisco. Sono gli orari della sveglia e dei pasti all’ospedale. Sono passato, nel corso di questi ultimi dodici mesi, attraverso quattro ospedali, quattro interventi chirurgici, una galleria quanto mai varia e imprevedibile di medici, d’infermieri, di compagni di viaggio, un’esperienza umana e civile vissuta coralmente con persone che un anno fa non conoscevo, con cui non avrei mai immaginato di dovermi trovare a dividere cibo, stanza, ansietà, speranze. Questa cavalcata non è ancora del tutto finita. Ma il primo dovere dell’inviato speciale non è quello di attaccarsi al telefono alla prima occasione per dar notizia di sé? Senza pentimenti. È questo dunque il primo resoconto del vostro inviato (suo malgrado) dentro il tunnel della malattia e della spedalizzazione. Spedalizzazione in luoghi di cura di pertinenza pubblica: medicina di Stato, niente cliniche private. Perché? Gli amici miei fan dell’ironia: vocazione al martirio, dicono. Rispondo che i momenti decisivi della propria vita van giustamente vissuti come e dove li vive la stragrande maggioranza dei propri connazionali. Non ne sono pentito affatto: ho spartito le lunghissime ore di queste stagioni con un geometra di Benevento, un ragazzino romano di borgata, un tranviere di Palestrina, un ferroviere di Pescara, un commesso di farmacia di Reggio Calabria, un graduato a riposo delle guardie carcerarie e tanti altri sconosciuti, in palandrana e pianelle, il viso color tra il grigio e il giallognolo, che mi ponevano quesiti sui globuli rossi e bianchi del sangue, sulle sorti di talune squadre di calcio e tanti altri temi appartenenti alla problematica dei poveri diavoli. M’accorgo che rimpiango la loro compagnia: m’hanno riaperto il capitolo, che ritenevo chiuso e consegnato ai ricordi di gioventù, dell’amicizia. Non è poca cosa, con i tempi che corrono. […]

La segregazione ospedaliera, tutto sommato, giova ad attutire le voci, a spegnere le tinte d’un tragico scandalo quotidiano: l’inefficienza del sistema sanitario, l’incapacità del potere pubblico di organizzare seriamente la domanda e l’offerta dei beni della salute attraverso la rete ospedaliera. Un caso clinico. Il giorno di san Giuseppe morì il degente del letto xy. L’avevo udito la sera prima mentre al telefono parlava, o meglio gridava (il telefono è in corridoio, giusto dietro il televisore) alla moglie di star tranquilla: si sentiva bene, le chiedeva soltanto di portargli, l’indomani, due tortellini e un fiasco di vino rosso. L’indomani, intorno all’una del pomeriggio, il poveretto fu atterrato da una violenta emorragia («gli si è aperta un’arteria nel petto, come una cerniera lampo », riferì l’infermiere). Due minuti di agonia. Quando arrivò sua moglie con il pentolino, le fu detto che era successa una disgrazia. Ma quella non voleva credere, c’è un equivoco, diceva, io proprio iersera ho parlato con mio marito: stava bene. Quando poi glielo fecero vedere, s’intese un urlo per tutto l’ospedale. L’infelice era ricoverato da appena ventiquattr’ore. Ma eran due mesi che bussava per ottenere un letto. Forse la sua malattia era curabile, forse no. Comunque gli aveva dato due mesi di tempo. Troppo poco, evidentemente, di fronte alla lentezza dei ritmi ospedalieri. […]

Bisogna star molto bene in salute, per potersi permettere il lusso di star male, e per affrontare, con qualche speranza di uscirne, la vita ospedaliera. Chi è troppo esigente in tema di toeletta personale, è vittima sovente d’un blocco fisiologico da manufatti attinenti a queste operazioni: lo stato degli impianti igienici è generalmente penoso. L’indifferenza dei sanitari verso questi aspetti

minori, ma non trascurabili, dell’organizzazione ospedaliera, è assoluta e si direbbe prescritta dalle norme della deontologia medica. Mistero quotidiano Il «luogo pio» è finito, ma la «macchina per guarire» è ancor lontana. Dobbiamo contentarci d’un’officina di riparazione, che funziona come può. Non che sia evento raro l’incontrare un bravo medico, e anche bravissimo. È difficile incontrarlo contento del proprio lavoro, secondato da un’equipe efficiente, assistito da subalterni volonterosi e capaci. Tutto nella vita ospedaliera sembra legato con un filo sempre prossimo al punto di rottura. Ci sono momenti in cui l’organizzazione entra in stato comatoso: l’istologo è andato al congresso, l’anestesista ha l’influenza, l’infermiera è a casa perché allatta, il radiologo ha il personale in sciopero, l’assistente è in ferie per nozze, il primario ritarda perché bloccato dal traffico urbano. Poi, faticosamente, qualche rotella ricomincia a muoversi. Misteriosamente, in contrasto con tutte le leggi biologiche, l’ospedale riprende a vivere e a camminare. È un mistero che si rinnova quasi ogni mattina. Ma fino a quando? E a che prezzo?


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