se 150 anni vi sembran pochi

Il re del pallone

Ormai si muove come un re, parla a bassa voce, dona un sorriso appena accennato. Sembra che il reale, il quotidiano, il momento stesso non possano intaccarlo più. Se cammina ha l’andatura sciolta dell’atleta antico, se siede lascia che l’azzurro dello sguardo abbracci un mondo che non potrà mai dimenticare il suo campione, il suo re. Augusto Manzo compie gli anni domani, domenica. Non fuma più le sue quaranta sigarette francesi al giorno. E non sembra soffrire. Semplicemente ha smesso, dopo un’operazione dovuta ad un incidente d’auto. A tavola assaggia i cibi ma non prova gli stimoli pantagruelici di una volta, quando doveva alternare partite e “tajarin”, battute violente allo sferisterio e pinte di Dolcetto. È un re che sa e non sa di esserlo, è un mito vivente a cui tutti danno del tu, nei nostri dialetti. Adesso è buio a Santo Stefano, i suoni del ballo e della giostra sembrano remoti, eppure la piazza è a pochi passi. I fanali dello sferisterio raccolgono i guizzi e i brividi di migliaia di falene, la gente si è seduta sulle panche, aspetta i vecchi leoni del pallone a pugno: si chiamano Gioetti, Sardi, Morino, gente che ha superato i quarant’anni o addirittura i sessanta, tronchi d’uomo che smuovono l’aria anche se stanno fermi. E Augusto, il cavaliere, il Manzo che è tutto ciò che il pallone elastico piemontese fu, ora si annoda il polso destro, immenso, con la benda. Lentamente. La gente lo guarda ancora come se avesse venti o quaranta primavere di meno, quando i contadini assistevano al rito, prima e dopo la partita, e Manzo colava sudori in una pozza attorno al corpo, quale un Ercole delle colline. Stringe la benda con un ulteriore nastrino verde. E noi, a bassa voce, gli diciamo: non giocare, lascia perdere. Lui annuisce, per via del cuore ingrossato e anche della figlia, che si arrabbierà moltissimo, domani, leggendo del padre ancora sollecitato da quella sfera di gomma. Poi va sul battuto di cemento, gli altri intorno a lui hanno capelli bianchi bicipiti enormi stomaci tesi. Si affronteranno in una gara di due ore, finiranno stremati e contenti a mezzanotte, senza risparmiare momenti di ironie, vampate di orgoglio agonistico, pezzi di bravura mischiati ad ansiti. […]

Manzo sogguarda il declino di questo sport centenario, ma nutre ancora tutti i suoi ideali. Gli escono di bocca commenti brevi mai amari, mai rassegnati. Se si sente una bandiera non fa certo pesare questo ruolo fatidico, capitatogli in sorte attraverso migliaia di partite, trasferte in ogni dove, sfide infernali a sessanta gradi di sole e nelle rugiade delle notti. Ci siamo portati a Santo Stefano durante il pomeriggio, prima del “memoriale”, facendo sosta al laboratorio di Pinolo Scaglione, il “Nuto” pavesiano. Il laboratorio è tale e quale, con gli strumenti di musica che il fratello di «Nuto» intagliava, chitarre e violini e violoncelli un tavolo che porta istoriate le note dell’«Ave Maria» di Gounod. Scaglione ha compiuto i settantotto — «vado col secolo» — ci vediamo dopo ventisei anni esatti, ricorda tutto, sa tutto, la sua umanità ha il tintinnio del cristallo e giusti modi severi nei confronti di un mondo dove la gente non sa neanche più ballare, si agita, questo sì, ma ha perso lo scopo del ballo, che era poi atto d’amore e ricerca di una “femminella”. Con “Nuto” si può star zitti per ore, oppure parlare a monosillabi[...]

Poi Augusto Manzo ci guarda andar via: fermo come un castagno, i pantaloni bianchi che fanno macchia nel buio, le rughe scolpite che si consegnano all’occhiata degli amici in partenza. Non ci diciamo più niente: del resto non esistono parole per salutare un re, la cui corona è una traiettoria, una stella cometa di palloni che grandinano in ogni spazio di cielo langarolo.


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