Se 150 anni vi sembran pochi

Fatica e felicità

Se ripercorro con la memoria i tempi andati, ritrovo, nella mia adolescenza, lunghi anni in cui mi sembrava impossibile poter pubblicare un racconto su una rivista; e un libro, non ne parliamo. Tale immenso privilegio mi sembrava irraggiungibile, e tutte le porte della fortuna mi apparivano ermeticamente chiuse. E siccome avevo letto Martin Eden, m’immaginavo che avrei scritto enormi volumi prima d’aver la gioia di vederne uno stampato. M’immaginavo che avrei mandato quei miei enormi volumi a mille innumerevoli editori, ricevendoli indietro con lettere di rifiuto; e pur non avendo un soldo — ero infatti, allora, una studentessa di ginnasio — esaminavo la possibilità di stampare il mio primo libro a mie spese. La esaminavo non solo non avendo un soldo, ma anche non avendo ancora scritto, allora, nessun libro. Ne avevo incominciati moltissimi, ma non ne avevo portato a termine nessuno. Invece fui molto fortunata. Ebbi stampato il mio primo racconto quand’ero in liceo. E pochi anni dopo, potei pubblicare il mio primo libro, — senza pagare nulla e anzi ricevendo un compenso, e senza aver languito nell’attesa che un giorno o due prima d’una risposta — presso un editore mio amico. Ebbi, se ci ripenso, una spudorata fortuna. Come potrei lamentarmi? […]

Certo non è che io avessi avuto, col mio primo libro, tanto successo. No. Ma il fatto solo d’avere un libro stampato era, per la giovane ragazza che ero, inebriante. Così vissi qualche tempo in quello stordimento d’ebbrezza; e passarono alcuni anni prima che questo mi apparisse, com’era, ben poca cosa, e anzi nulla. Poi dovetti tirar su i miei figli. E mi fu, per molti anni, del tutto impossibile scrivere. Certo, non ne avevo il tempo; ma soprattutto, c’era in me un’assoluta incapacità di pensare insieme a due cose così importanti; l’una cosa toglieva spazio all’altra. Così per anni cercai inutilmente un po’ di spazio, un minimo di spazio che mi consentisse di tornare alle oziose fantasie d’una volta; perché da quelle oziose fantasie, e solo da quelle, nascevano i personaggi e le immagini, nascevano i miei racconti. E tuttavia a poco a poco, in quell’ansiosa ricerca di spazio, ritrovai quello che avevo perduto, cioè la possibilità di pesare, giudicare e sceverare quello che pensavo. […]

Ritengo che ogni difficoltà, ogni ostacolo che si frapponga fra uno scrittore e i libri che ha da scrivere, sia cosa sempre in certa misura salutare e benedetta. Lo scrittore, struggendosi nel desiderio di scrivere, e trovandosi nell’assoluta impossibilità di farlo, raduna intanto le sue forze e sente di amare di più quel lavoro, la cui momentanea privazione lo fa tanto soffrire. Un tempo m’immaginavo che sarei stata felice se mi avessero mandato in un paese bellissimo, con una stanza magari sul mare, e mi avessero detto: «Scrivi quanto ti pare, anche tutto il giorno e tutta la notte, se vuoi». Ma ora so bene che se mi succedesse questo, se io mi trovassi in una simile privilegiata situazione, non scriverei assolutamente nulla e languirei nel tedio. Quello che mi ci vuole è il divano di casa mia a Roma, e il poco spazio faticosamente strappato alle preoccupazioni quotidiane, lo scomodo, il rumore, le complicazioni domestiche, la possibilità continua d’essere interrotta mentre lavoro. […]

Eppure questa è la condizione migliore per me e non ne vorrei un’altra. Non credo che se ne possa volere un’altra, perché nulla si ottiene senza fatica, perché la fatica, la stanchezza e gli ostacoli sono il concime di ogni lavoro.


[Numero: 65]