1917 2017 la russia che è stata e quella che sarà

Vladimir Il’ič Lenin

Certo,

un giorno io scriverò di questo e di quello, ma oggi non è tempo per fiabe d’amore.

Oggi, tutto il vigore del mio canto lo dono a te, classe all’attacco, proletariato!

Che suono stridente ha questa parola per chi non è che inferno il Comunismo,

ma per noi questa parola è musica profonda che risveglia i morti dalla lotta.

La paura invade i piani nobili dei palazzi, l’urlo delle cantine si leva su sino ai più alti quartieri.

Irromperemo nell’azzurro spalancato del cielo, usciremo dalla cava di pietra.

Sarà così: in una misera branda nascerà il figlio operaio, la guida dei proletari.

Il globo terrestre non basta.

La sazia carogna del capitale, con la mano pesante d’anelli, si protende per agguantare il nemico alla gola.

Ma quale nemico?

Udite!

Vanno col fuoco, alzando stridori e clamori, urlando: «A morte! Non c’è posto per due borghesi».

Ogni paese è una tomba, una fossa comune.

Le città sono fabbriche ortopediche.

Ora è finita: la vittoria sta sul tavolo...

[…]

Ho incontrato un operaio analfabeta.

Non sillabava neppure una parola.

Ma aveva sentito la voce di Lenin ed egli sapeva tutto.

Ho ascoltato il racconto d’un contadino siberiano: espropriarono le terre,

le difesero con le baionette e come un paradiso diventò il villaggio.

Essi mai avevano letto Lenin, né ascoltata la sua parola, ed erano leninisti.

Ho visto montagne senza erbe né fiori.

Soltanto le nuvole pesavano sulle rocce e nello spazio di cento verste c’era un solo montanaro, ma sopra il petto, sul vestito di stracci, gli scintillava il simbolo di Lenin.

Oh, non è un ornamento che le ragazze appuntano per civetteria, non è un amuleto, è un emblema il distintivo sul cuore che brucia pieno d’amore per Il’itch.

Vladimir Majakovskij

Da un poema del 1924

(Traduzione di Mario De Micheli e Giovanni Ketoff)


[Numero: 64]