1917 2017 la russia che è stata e quella che sarà

Occhio alle celebrazioni nulla sarà lasciato al caso in ogni dettaglio un segnale

In principio fu l’utopia. “Costruiremo un mondo nostro, un mondo nuovo, chi era stato niente diventerà tutto”, recitava il testo russo dell’Internazionale, primo inno nazionale del neo nato Paese sovietico. L’aggettivo “nuovo” imperversò: nuovi dovevano essere uomini e donne, nuovo doveva essere il byt, quel concetto così difficile da rendere in lingue diverse dal russo. Byt era la banalità della vita quotidiana, la trivialità dell’esistenza, lo scorrere filisteo e scurrile dei giorni. Rinnovarlo fu tra le prime ambizioni dei bolscevichi: rimuovere residui di atteggiamenti borghesi, innestare sui giovani proletari energie fresche e vitali, allontanarli dai secolari mali dell’arretratezza russa, superstizione, alcol, religione.

Le resistenze furono immense. Mentalità, tradizione, consuetudine al sopruso, secoli di affettuosa sottomissione al potere, innato machismo, tutto cospirava contro il desiderio di nuovo, di cambiamento, di rivoluzione. L’avanguardia, con cui il potere bolscevico si alleò per creare un nuovo linguaggio artistico e poetico, risultò troppo complessa per poter essere apprezzata e compresa da chi a stento imparava l’alfabeto e restava fedele a gusti sorpassati e convenzionali. Non fu difficile per Stalin, dopo il 1928, a primo piano quinquennale operante, invertire la marcia e, forte di queste considerazioni, riportare in auge atteggiamenti comportamentali e ideologici che il bolscevismo più puro aveva condannato con entusiastica veemenza. E con lui tornarono beni materiali, privilegi, convenzionalità di stili e di gusti. In poche parole ciò che rientra nei dettami del metodo proclamato nel 1934 col nome di realismo socialista, pensato per l’ambito ideologico-culturale ma ben presto applicato a ogni settore dell’esistenza.

Col senno di poi ci si ritrovano abbassamento di livello di concetti e problemi, semplificazione estrema delle idee, mistificazione di valori autentici e importanti sostituiti con altri populisticamente più graditi al popolo, di più immediata comprensione e condivisione, di qualità infinitamente più bassa, ma godibili e facili da fruire. Inganno ben noto, non solo sovietico-staliniano, che va sotto il nome di Kitsch totalitario. Basta con le sperimentazioni complesse, basta con l’arte astratta e astrusa, basta con ciò che la massa non è in grado di comprendere.

E via libera, per contro, alle emozioni banali ma immediatamente condivise, a quella che Milan Kundera ha così ben teorizzato come “seconda lacrima”: artificiale e falsa perché dettata soltanto dal compiacimento di aver sparso la prima, autentica e sincera ma superata dal bisogno di empatica condivisione appagata di se stessa. Strategia dominante in ogni regime che investa sull’ottenimento del consenso e sul controllo delle emozioni.

Che cosa rimane oggi di queste esperienze a cent’anni dal fatidico Ottobre 1917? Svetlana Aleksievič, meglio di chiunque altro, ha già fornito non ordinarie risposte quanto strumenti eccezionali per chi volesse comprendere, senza cadere a sua volta nell’inganno della semplificazione, in che cosa consista quel “tempo di seconda mano” che dà il titolo a uno dei suoi libri e che si riscontra oggi nella realtà post-sovietica. Tempo in cui gli errori dei decenni trascorsi, ormai ampiamente esplicitati e studiati, ritornano come se la storia non fosse stata maestra.

Non sono tanto gli accenti utopistici del primo bolscevismo a tornare di moda, ma piuttosto le aspirazioni di grandezza e potenza che erano state caratteristiche dell’era staliniana, ancora una volta, purtroppo, accompagnate da una lotta alquanto demagogica contro quelle manifestazioni culturali che non siano in linea con i principi dettati dal potere. Si torna a “semplificare” in nome delle cosiddette esigenze del popolo, a predicare populisticamente ciò che è buono e ciò che è cattivo per il Paese e per i suoi abitanti, a fomentare il nazionalismo più bieco, a disprezzare un certo tipo di intellettuali non allineati, a disdegnare chi non si unisca al coro elogiativo, a versare “seconde lacrime” di massificata emozione nelle occasioni canoniche in cui il potere mette in scena la storia rivisitata e privata dei suoi aspetti traumatici per trasformarla in una rassicurante mitologia.

E ritornano dal passato figure inquietanti rivestite di nuove qualità e virtù in sintonia con le esigenze del momento: Ivan il Terribile e il Principe Vladimir, per esempio, ai quali sono stati recentemente dedicati monumenti rilevanti che sottolineano i meriti dei due discutibili sovrani nell’aver saputo tenere il Paese unito, nell’averne allargato i confini e, non ultimo pregio, nell’aver gestito il potere con la debita severità e addirittura durezza. Questo storicamente si aspettava il popolo russo dal batjuška al potere, il caro padre che non doveva essere tenero né affettuoso ma giusto e, se necessario, crudele. Putin conosce bene la storia del proprio Paese, anche quella culturale e quella delle mentalità.

Altrettanto bene ha acquisito strategie e tecniche di relazione con i sudditi-cittadini. Il percorso che ha seguito nei suoi due mandati presidenziali lo testimonia. Se per alcuni occidentali le sue mosse non sono apprezzabili e condivisibili, queste risultano invece estremamente gradite alla sua gente e promettono di farlo annoverare nuovo leader carismatico e rappresentativo a cui dedicare fiducia e demandare responsabilità di scelte e azioni. Non succedeva dai tempi di Stalin.

Nessun capo aveva ottenuto altrettanto favore dal popolo. Il fenomeno populistico che si sta riscontrando nel mondo non lascia indenne la Russia e preoccupa chi riconosce nel “tempo di seconda mano” segnali inquietanti e pericolosi. L’umiliazione subita con il crollo dell’impero sovietico grida vendetta e la gente aspetta la figura messianica che possa riportare la nazione al grado di dignità che le spetta. L’anniversario del 1917 offrirà occasioni tanto delicate quanto preziose per prese di posizioni e gesti significativi.

Dalla più esclusiva gestione governativa alle scelte apparentemente banali che riguarderanno l’estetica della politica e l’universo delle celebrazioni. Occhi aperti dunque: ogni dettaglio avrà un significato. Nulla è stato né sarà lasciato al caso. Bando alle facili commozioni, ai coinvolgimenti emotivi di bassa portata e mano agli strumenti analitici, alla storia da sviscerare con rigore, prima che sia troppo tardi.


[Numero: 64]